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sabato 16 novembre 2013

Alla ricerca del senso…

Ciò che mi accade intorno mi piace viverlo, e per viverlo mi piace capirlo. Capire è una parola grossa, ma, in base al senso che voglio darle, intendo dire che preferisco non fermarmi alla superficie delle cose.
Tempo fa mi era accaduto di essere presente – per mia scelta – a un incontro delle Persone Libro di Bari. L'atmosfera era insolita, una forma di preghiera collettiva, o forse di confessione. Ma non c'era nessun vangelo da recitare o colpe da espiare di fronte agli altri. C'erano solo brani tratti da libri che venivano liberamente, e a memoria, messi a disposizione dei presenti.

Funziona così: un gruppo di persone si dispongono irregolarmente in circolo e, nel silenzio, di volta in volta qualcuno prende la parola e si presenta agli altri non come persona ma come libro, diventando il suo nome e cognome titolo e autore dell'opera da lui scelta. Recita a memoria poche righe e poi di nuovo silenzio, e di nuovo un libro, e di nuovo silenzio…

Ora, un'esperienza di questo genere non nascondo che in un primo momento possa disorientare, perché viene da chiedersi il perché di quell'incontro, quale sia la necessità, che senso abbia. Certo, tutto viene spiegato all'inizio, dicendo che ci si rifà al libro di Ray Bradbury "Fahrenheit 451" dove le persone alla fine del romanzo mandano a memoria un intero libro per salvarlo dai roghi; e si spiega anche dell'importanza del memorizzare versi che così rimangono maggiormente incisi nella mente. Più o meno. Forse viene spiegato altro, ma… ci siamo capiti.

Tutto bene. Ma non mi bastava. Cercavo il senso, il senso più profondo di tutto questo.
Come spesso avviene nella vita, il senso lo capisci solo quando sei parte di ciò che accade e non quando rimani freddo spettatore degli eventi.
E allora, per capire, appunto, decido di essere parte, di oltrepassare quel confine che ti tiene lontano dal resto del mondo, fosse anche solo un sorriso fatto ad un passante.
Ho deciso allora di imparare a memoria un breve passaggio di un racconto e far parte delle Persone Libro, recitarlo davanti a loro.
L'emozione incontrollabile del momento, lo sforzo di memoria, l'attesa che poi toccherà a te, e che sei tu a decidere quando… Credevo di aver capito tutto, e tutto mi sembrava così chiaro, evidente. Ma non era così.

Ho riflettuto su quella serata e ho capito che il senso di quell'incontro non era nell'incontro.

Il senso di ciò che avevo fatto mi accorgevo che era altrove, nel tempo passato prima dell'incontro. Quando a casa apri un libro e cerchi quel passaggio che più credi significativo per te stesso, e forse per gli altri, perché ogni parola che pronunciamo dice sempre qualcosa di noi, siano anche righe mandate a memoria. Quando apri un libro dopo l'altro e così facendo, in quel gesto, torni a far "rivivere i tuoi libri", quelli che ti hanno accompagnato nel tuo tempo passato, e per i quali oggi riscopri la meraviglia di una frase che anche se non reciterai torna a brillare come un inaspettato fuoco dimenticato. Quando ripeti le righe ad alta voce, e più le ripeti più le comprendi, più ti fanno compagnia, più entrano nel tuo patrimonio invisibile.

Ma quell'altrove che racchiudeva il senso era anche nel dopo l'incontro, in un momento finale durante il quale stringi le mani a gente sconosciuta "grazie" solo ad un libro, chiedendone il titolo, facendoti confidare dove sia la bellezza di quella storia, e ti senti più ricco, non per le storie, ma per gli amici conosciuti. E capisci anche che i libri da te letti nel silenzio della tua casa hanno acquistato un significato maggiore, perché solo se hai qualcuno con cui parlare di storie tutto quel gesto assume significato.
L'incontro, allora, diventa "solo" un passaggio posto in mezzo a un prima e un dopo che, insieme, assegneranno valore all'incontro stesso.

Ma forse le cose non stanno così, e sono io a complicare tutto un po' troppo, perdendo di vista quella leggerezza del vivere cui dovremmo abbandonarci.

domenica 26 agosto 2012

Una città invisibile...



Per raggiungere Abir, città della cui bellezza si narra o si legge, bisogna rispettare due condizioni. Vanno rispettate entrambe, l’una non esclude l’altra, e riguardano lo spazio e il tempo.

Cosicché, sottostando alla prima condizione, Abir la puoi raggiungere solo dal mare, da qualsiasi mare. Se tentassi di farlo via terra, con qualsiasi mezzo tu viaggiassi, o anche a piedi, non la raggiungeresti mai. A nulla servirebbero le indicazioni lungo le strade, o agli incroci; e nessuna mappa, per quanto dettagliata, ti sarebbe d'aiuto. Continuando a girare a vuoto ti convinceresti che la città non esiste o che sia impossibile da raggiungere, costruita in un misterioso angolo al termine del più intricato labirinto di strade.

Per la seconda condizione non c’è possibilità di scelta: puoi arrivare ad Abir solo dopo l’imbrunire. Non dipende da te quando raggiungerla, perché se partissi da un qualsiasi punto ad una qualsiasi ora, sarà solo alle prime luci della sera che potrai "vederla".

Solo così, quindi, arriverà un giorno che dal mare – solo dal mare –, e di sera – solo di sera –, avvisterai la città di Abir. Da lontano riconoscerai le luci del lungomare e quelle della città intera che si riflettono sull’acqua, distendendosi, tremolando, fino a sfiorare la tua imbarcazione. Ma continuando a remare sulla scia di quelle luci non avresti alcuna speranza di raggiungerla. E così procederà il tuo interminabile viaggio, per tutta la notte, al termine della quale, riaffacciandosi la luce del giorno, si dissolveranno invece quelle della città, e la città stessa.

Penseresti a un inganno, o a un miraggio notturno, non sapendo, però, che navigando su quelle scie di luci ad Abir eri già arrivato. Se solo lo avessi saputo, e creduto, e ti fossi fermato anche per un solo istante su quelle scie, allora avresti visto palazzi strade e piazze venir fuori dal nulla.

Ma questo il viaggiatore non può saperlo all’inizio del suo viaggio. E per lui non ci sarà una seconda possibilità di vedere Abir.

* * *

[Una città invisibile che ho immaginato, un omaggio – irriguardoso e pretenzioso, forse – a Italo Calvino, o alla mia città, o a un'idea di bellezza che coltivo ormai da tempo. La foto l'ho scattata nel luglio del 2012. Il lungomare è quello di Bari.]

sabato 16 giugno 2012

Una cosa divertente…


PROFILO 1 

Ieri sono stato a un incontro in cui si è parlato di David Foster Wallace. C’erano cinque ragazzi a presentarlo. Anzi, una ragazza e quattro ragazzi, per l'esattezza. Bisogna essere precisi. Il nome del locale in cui si è svolto l'incontro è “Al Visconti”. Non lo conoscevo. Ci sono capitato per caso. Mi sono fermato vicino l'ingresso ad ascoltarli. Mi sono fermato perché non avevo altro da fare, nel senso che non avevo di meglio da fare. I ragazzi hanno parlato di post-moderno e new-realism, e di altro, facendo sfoggio del loro “sapere” con vaghe e inutili speculazioni di ogni genere. Ho capito ben poco di ciò che hanno detto. Mi son chiesto quanto aumentino le vendite di birre e panini, in serate come quelle. Mi sono augurato che tutti quei ragazzi siano già impegnati in un lavoro, un lavoro serio, perché sennò… quanto spreco di energie e di tempo da parte loro… Non si campa con i libri, non si campa con la filosofia, lo dicono le statistiche. E le statistiche non sbagliano mai. Quando sono tornato a casa avevo già dimenticato tutto, per fortuna. Ho fatto il mio solito giro su internet, ciccato su dieci/quindici mi pace, e a letto poi ho visto un po' la tv. Alla fine ho spento la luce e ho dormito.


PROFILO 2

Ieri ho fatto con l'auto 30 chilometri di corsa per arrivare in tempo, a Bari, e poter seguire un incontro su David Foster Wallace. Ero in ritardo, e l’imbarazzo di entrare in un locale già colmo di gente mi stava facendo desistere dall’idea.

Permesso, mi scusi.

Riesco a trovare uno spazio proprio nei pressi dell’ingresso. C’è un tipo accanto a me. Da qui posso vedere meglio chi conduce l'incontro.
Un ragazzo col pizzetto nero sta parlando. Devo entrare nel suo ragionamento. Mi sforzo di farlo. In breve ci riesco. Dopo di lui con la stessa attenzione seguo ciò che dice un ragazzo che mentre parla sorride, e, ancora, una ragazza che tenta di mettere entrambe le gambe sulla sedia – ma di lei mi colpisce la convinzione delle sue parole –, e poi un ragazzo con una maglietta nera – capisco che è uno scrittore da cosa si dice di lui –, e infine un ragazzo che, rimasto fino ad allora in silenzio, in attesa, legge qualche rigo di DFW.

Non ho cercato di capire cosa dicessero. quei tasti non in linea… usciranno mai delle note? Ho cercato solo di ascoltarli. un rumore metallico mi distrae, dei bracciali che urtano, appartengono a una donna, rimane solo il colore di un rossetto E li ho ascoltati così attentamente che anche quando sono andato via, in auto, al ritorno, senza la fretta dell’andata, il tragitto l’ho fatto in loro compagnia.
E non so, ma… ho cercato di vedere la città, la gente, le luci, e l’aria, tutto come se fosse… acqua.
A casa ho rispolverato i libri che ho di DFW. Ho riletto alcuni passaggi, appuntati a bordo pagina. Penso a quei ragazzi, a quello che sorride mentre parla, alla ragazza che tiene le gambe sulla sedia… So che la ragazza (il suo nome è Carlotta Susca) presenterà un suo libro alla Feltrinelli il 19 giugno. Un libro proprio su DFW. Cercherò di esserci. Sceglierò di esserci. Perché "ogni giorno sono costretto a compiere una serie di scelte su cosa è bene o importante o divertente, e poi devo convivere con l'esclusione di tutte le altre possibilità che quelle scelte mi precludono… (DFW)"
Mi addormento. Con la luce accesa.