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sabato 9 giugno 2012

Bradbury, Baricco e le verande…

E poi c'era quella storia delle verande. Non è che mi assillasse, ma era lì, che si affacciava alla mente di tanto in tanto.

Quando ho saputo che Ray Bradbury era morto, qualche giorno fa, si è riaffacciata. Allora ho preso un suo libro, quello a cui tengo di più. L'ho sfogliato: un tributo silenzioso a chi so avermi lasciato parole che avrei rimpianto, se conosciute troppo tardi o se non le avessi conosciute affatto.

Ho sfogliato il libro e ho riletto alcuni passaggi che avevo evidenziato a bordo pagina. Uno lo riporto qui (non è il migliore, ma… abbiate pazienza, capirete perché proprio questo).
"Alle volte, se ne stavano seduti sulla veranda, tutta la famiglia, a pensare a tante cose, a sviscerare le cose. Lo zio dice che gli architetti si sono liberati delle verande, perché le verande non erano estetiche. Ma lo zio dice che questo era un voler razionalizzare il fatto; la vera ragione, nascosta sotto, mascherata, era forse che non si voleva la gente seduta sotto le sue verande, così in pace, senza far niente, a dondolarsi, a chiacchierare: perché questo era il genere di vita collettiva non desiderata. In quelle condizioni, la gente parlava troppo; aveva il tempo di pensare; e così s'è fatta la festa alle verande. E anche ai giardinetti davanti ad ogni casa. Non ci sono più panchine, non ci sono più giardini, dove sedere a perdere il tempo. E poi, avete osservato i mobili? Non ci sono più poltrone a dondolo. Sono troppo comode. La gente deve stare in piedi, deve correre tutto il santo giorno. "Lo zio dice... e... sapete che cosa ha detto lo zio?... del resto lo zio..." La voce di Clarisse si affievoliva sempre più."


Dopo aver chiuso il libro, però… quella storia delle verande continuava a ronzarmi intorno. Mi son chiesto dove altro diavolo l'avevo letta.
Ho provato ad aprire qualche libro, a caso. Tra i tanti, e senza alcun criterio, la mia sembrava una lotteria. Per la ricerca ho perso qualche minuto. A dire il vero ne ho persi parecchi di minuti. E a dire il vero non penso proprio di averli persi, perché ho riaperto libri rimasti da tempo in attesa di quel mio gesto, umili e silenziosi elargitori di cose andate nel tempo, momenti lontani, ricordi. Se avessi fatto una ricerca della parola "veranda" in un qualsiasi lettore di ebook sicuramente non avrei "perso" tutto quel tempo, ma altrettanto sicuramente non avrei rivissuto quei momenti.

Ma questo a voi non interessa. Forse vi interesserà sapere che il libro poi l'ho trovato, per fortuna. Sennò, per uno testardo come me, al diavolo la libreria e tutto quanto: li avrei incendiati, i libri, sennò…
Era di Alessandro Baricco. "City". Anche lui parla di verande. Non solo di verande, ovviamente.
Se un qualsiasi scrittore inviasse un proprio manoscritto a un editor, in cui come metafore usasse, chessò… una balena bianca, o un topo che rosicchia dei libri in biblioteca, o un uomo che si ritrova ad essere un insetto, be'… non so quali risposte riceverebbe. O quali imprecazioni.

Ma Baricco non è uno scrittore qualsiasi.
Chiariamoci subito: penso che le letture che ognuno fa lascino tracce (per fortuna) che talvolta, e inconsapevolmente, col tempo possono tornare a galla. Può essere ciò che è accaduto a Baricco. O almeno è quello che voglio sperare.

In "City" Baricco, riepilogando una lunga dissertazione fatta dal prof. Baldini, un personaggio del romanzo, scrive: "Lui pensava, davvero, che gli uomini stanno sulla veranda della propria vita (esuli quindi da se stessi) e che questo è l’unico modo possibile, per loro, di difendere la propria vita dal mondo, giacché se solo si azzardassero a rientrare in casa (e ad essere se stessi, dunque) immediatamente quella casa regredirebbe a fragile rifugio nel mare del nulla, destinata ad essere spazzata via dall’ondata dell’Aperto, e il rifugio si tramuterebbe in trappola mortale, ragione per cui la gente sì affretta a riuscire sulla veranda (e dunque da se stessa), riprendendo posizione là dove solo le è dato di arrestare l’invasione del mondo, salvando quanto meno l’idea di una propria casa, inabitabile. Abbiamo case, ma siamo verande, pensava." (a proposito, Baldini/Baricco sulla veranda immaginava un uomo proprio su una sedia a dondolo.)


Penso che se un giorno mi trovassi a osservare una bella veranda e avessi accanto una persona che non conoscesse i due libri, probabilmente gli parlerei di quello di Bradbury. La scrittura di Baricco è impeccabile, inarrivabile, e lo è in tutto il libro, "City", e lo è in tutti i suoi libri. Ma io per la veranda… al malcapitato al mio fianco, gli parlerei di Bradbury e di "Fahrenheit 451". Ah, già, non avevo ancora scritto il titolo del suo libro: è quello in cui li si bruciano, i libri. Ma se qualcuno pensasse che la sola morale (?) del libro fosse quella che i libri non si bruciano lo inviterei a leggere Cenerentola o altre fiabe del genere.

Se non lo hai già fatto ti invito a leggerlo, allora, "Fahrenheit 451, anche se non in veranda su una comoda sedia a dondolo: leggilo, non ti offre zattere su cui sopravvivere, scaccia via da te la paura del mare.

giovedì 7 giugno 2012

la battuta perfetta…

Un uomo, solo, seduto al divano, è illuminato dal cono di luce di uno schermo televisivo acceso.
È il disegno della copertina del libro "La battuta perfetta" (edito da minimum fax), romanzo di Carlo D'Amicis, un amico che incontro e sento sempre volentieri.

Quando lessi il titolo la prima volta, non conoscendone il contenuto e non dando alcun peso alla copertina, pensai che per battuta si intendesse il servizio nel tennis, il colpo di inizio del singolo gioco. Bastò leggere poche righe per capire il reale contenuto del romanzo (e, ahimè, prendere atto della mia tarda arguzia).
Battuta sta per barzelletta, invece, sebbene il libro di Carlo D'Amicis non sia fatto di barzellette. Ce ne sono, alcune, ma non lo è. Una la riporterò. Solo alla fine, però. Una "bonus track".

Passiamo al romanzo.
La storia si svolge in gran parte a Matera, dove si sta girando il "Cristo" di Pasolini. La città la si riconosce anche per il dialetto, presente con una certa pulizia e mai invadente. I sentimenti della gente sono genuini e spontanei, talvolta repressi, come nel caso della madre di Canio Spinato, il protagonista.

Il libro è strutturato in due parti, due lunghe lettere che Canio scrive prima al padre, Filippo, e poi al figlio. Ho dei dubbi, però. Perché forse non si tratta di lettere. O se si tratta forse nessuno mai le aprirà. Forse si tratta di un diario in cui il rivolgersi ad altri è l'atto necessario per scavare in se stessi. L’uso ricorrente delle parole 'padre' e 'figlio', poi, scandisce le pagine, sottolineando un'intimità che il lettore talvolta ha l'impressione di violare.

Ma cosa si dice in queste lettere?

Canio racconta la sua vita, che è la stessa della società italiana, dagli anni '50 fino ad oggi, in un viaggio che, scavando nelle pieghe degli accadimenti, si sofferma soprattutto sul ruolo giocato dalla televisione in tutti questi anni. Il padre Filippo lavora in Rai. Legge i classici e crede nel compito educativo della tv. Ma credere in qualcosa talvolta può portare a delusioni, come quelle da lui avvertite nel vedere una tv perdere col tempo pudore e innocenza, e da educatrice farsi idolatra del 'mercato'. E poi l'invasione dei 'barbari' di Publitalia. Ma il destino sarà ancora più beffardo. Sarà proprio suo figlio, Canio, a lavorare per Publitalia, consigliere del Presidente. Consigliere di barzellette. Un consigliere ingenuo, però, che vede il suo compito di far ridere gli altri come una missione.

Nella seconda parte, Canio, rivolgendosi al figlio Silvio (nome non casuale), ripercorre la sua vita attraverso salti temporali in cui tenta di assolvere se stesso: è una colpa desiderare la felicità degli altri? La sua ingenuità è tale da farsi una concezione moto personale di potere ("Il potere, figlio. La gente pensa che rende chiusi, egoisti, passivi. Invece, appena ce l'hai, senti subito la smania di usarlo, per regalare agli altri felicità"). Il bene, per Canio, si confonde con la felicità, e la felicità, a sua volta, con la risata. Rispolverando un passato fondato solo su questo, però, diradata la polvere non possono che venir fuori presunti eroi e falliti di ogni età.

Nel finale felicità e risata sono ricondotti a una speranza, attraverso un'immagine che probabilmente alcuni considereranno minore rispetto all'intera narrazione, ma che acquista un profondo significato se solo si ricorda che si ha tra le mani un diario, oltre che un racconto.

Lo stile è molto ricercato, con continue metafore che prendono vita da ogni cosa (è un aspetto di Carlo D'Amicis che apprezzo molto). Forse l’estrema ricercatezza dello stile è, allo stesso tempo, un pregio e un limite dell’opera, obbligando il lettore a rallentare il ritmo della lettura. Ma c’è chi, come me, trova questo un piacere.

Ah… dimenticavo: la barzelletta, la "bonus track": le promesse si mantengono, no?


Due amiche escono e vanno a cenare al ristorante. Evidentemente il cibo non è fresco, perché al ritorno vengono colpite da un attacco di dissenteria. Si fermano. L'unico posto un po' appartato è il cimitero. Scendono quindi a precipizio dalla macchina e liberano l'intestino tra le tombe. Subito dopo, però, nasce il problema di pulirsi. «Io uso le mutande», dice la prima, «e pazienza se torno a casa senza».
«Io le mutande non le porto», dice la seconda, «mi pulirò con questo mazzo di fiori freschi».
Il giorno dopo, i rispettivi mariti si incontrano con l'aria preoccupata. «Lo sai?», fa uno. «Mia moglie ieri sera è tornata a casa senza mutande».
«Beato te», risponde l'altro, «la mia aveva un biglietto infilato nel culo con su scritto: Gli amici ti ricorderanno sempre con affetto».

(A proposito: chiedo scusa a Charles Baudelaire per aver accostato irriverentemente l'immagine della sua tomba a una barzelletta.)

giovedì 24 maggio 2012

"Non siamo diventati ciechi, secondo me lo siamo…"

Fermiamoci al titolo del romanzo, Cecità. La metafora narrata da José Saramago è di un’evidenza disarmante. Ma qui parliamo di Saramago e sarebbe riduttivo limitarsi a una metafora per “spiegare” il libro (qualunque cosa significhi questo verbo).

E poi c’è quell’impaginazione così compatta, a corpo unico, quasi ostica alla vista, roba da scoraggiare anche i più incalliti alla lettura (i dialoghi, comunque, ci sono, vi assicuro, quasi in ogni pagina.)

La trama, per quanto di fantasia, segue una logica che afferra il lettore in un crescendo di tensione e piacevolezza (sempre che per una storia così tremenda e dura “piacevolezza” sia il termine più adatto).

Nel romanzo la cecità è una malattia contagiosa che affligge un’intera comunità. Viene meno tutto, dignità, rispetto, regole, facendo diventare l’anarchia l’unica forma possibile di “convivenza”. Per timore di un contagio, i primi colpiti dalla cecità vengono rinchiusi in un ex manicomio.

La loro malattia li porterà a vivere come bestie, in un mondo confinato a se stesso, in cui crudeltà, brutalità e ferocia sembrano essere tutto ciò che è rimasto dell’uomo. Tra lotte con bande di ciechi malvagi, anche loro internati, si risveglieranno, però, sentimenti veri e piccoli gesti di umanità.




Nulla viene nominato. Non vengono nominati luoghi, né persone (i protagonisti sono il medico, la moglie del medico, la ragazza con gli occhiali scuri, il vecchio con la benda nera, ecc.). Che lingua parlino, e in quale luogo si trovino i personaggi non è dato a sapersi. Dove siamo, allora?

L’assenza di nomi potrebbe far pensare sì a un territorio immaginario, ma, in fondo, a un “non luogo”, un territorio della coscienza, se non proprio dell’anima.


Difficile, però, parlare di anima per Saramago, lontano com’è stato per tutta la vita dalla Chiesa e da ogni fede (per le parole usate “contro” Saramago in un articolo pubblicato il giorno dopo la sua morte, l’Osservatore Romano sembrò tirare un sospiro di sollievo per la sua dipartita: che incredibile cecità!)

Ma la cecità dei personaggi non è quella che si può pensare – buia, nera. È una cecità bianca. Quest'assenza di colore è un'assenza di fede, non di natura religiosa, ovviamente (parliamo di Saramago, no?), ma di fede nell'uomo, e senza questa fede indifferenza e malvagità prendono il sopravvento sulla solidarietà.


Durante la lettura viene naturale interrogarsi verso cosa siamo ciechi o a causa di cosa ci ammaliamo di cecità. Il romanzo, a riguardo, non dà risposte, non offre indicazioni esplicite (contrariamente a come è esplicita la metafora). Tratteggia, però, un’infinità di gesti e sottolinea con cruda delicatezza così tante riflessioni che il lettore è portato a rallentare la lettura fino a fermarsi, per un attimo, e interrogarsi se egli stesso è parte di quella cecità.


Quale speranza ha questa umanità non più capace di vedere? Cosa o chi può salvarla?
La speranza, per Saramago, è affidata alle donne. Sarà una donna, l’unica finta cieca, ad aiutare ognuno, come infermiera in un inferno. Guiderà e accompagnerà i sopravvissuti verso la salvezza, mentre un’altra donna, una ragazza “facile”, farà da mamma a un ragazzo e, nello stesso tempo, concederà minuti di piacere a chi è sul baratro della solitudine. Saranno queste donne – prima col loro sesso, poi con la loro astuzia – a salvare gli uomini da una banda di malvagi.

Amore, maternità, aiuto, sesso, astuzia, sono allora gli unici aspetti rilevanti della vita, che Saramago riserva unicamente alla donna, da reggere come fardelli, da assolvere come compiti, ma soprattutto da custodire come doni per una possibile redenzione dell’umanità. Redenzione senz’altro non divina. Parliamo di Saramago, no?

martedì 22 maggio 2012

la venticinquesima ora

Meglio il romanzo o il film? Sono espressioni artistiche non paragonabili. Mi sottraggo alla risposta, allora.
Qui vorrei parlare del libro. E allora provo a dimenticare il film, poiché la forza delle immagini cinematografiche impone personaggi e luoghi in maniera fin troppo definita.
 
Il romanzo, allora. Di David Benioff.
 
Monty è un uomo alquanto giovane, pusher, spavaldo, frequentatore di locali alla moda come di bande criminali. È ricco, ma la sua ricchezza ha un’origine sporca, dalla quale lui, pur cosciente e godendone, pensa di affrancarsi. Quando decide di farlo, però, è troppo tardi. Nel corso di un’irruzione della polizia in casa sua, dovuta a una soffiata, lo scoprono in possesso di un quantitativo tale di droga da decretarne l’arresto e la condanna ad almeno sette anni di carcere. Monty dovrà scontare questa pena, ma sa che non ne uscirà bene, forse non ne uscirà affatto. Sarà così alto il prezzo che dovrà pagare in carcere, tra umiliazioni e soprusi di ogni genere, da convincersi che ne uscirà diverso. Una persona con ferita difficilmente rimarginabili.
 
La messa a fuoco del libro è sulle 24 ore che precedono il suo ingresso in carcere, le ore in cui maggiore è la consapevolezza di ciò che lo attende.
Queste ore le passerà in compagnia di due amici, Slattery, un agente di borsa senza scrupoli, il cui unico dio è il denaro, e Jakob Elinsky, un professore di letteratura insoddisfatto del suo lavoro ma ancor più della sua stessa vita. Ma soprattutto in compagnia di Naturelle, la sua incantevole donna portoricana, per la quale nutre l’unico amore che abbia mai provato.
 
Ambientata in una New York – città emblema dell’America – dove le luci sono ingannevoli, spesso artificiali, ma dove ciò che fa ancora più paura sono le ombre delle cose non fatte, degli occhi chiusi, di ciò che poteva essere ma non è stato. È una chiave di lettura, personale, ovviamente, che offre al romanzo di Benioff sfaccettature che vanno ben al di là della semplice storia di Monty.
Il profilo tracciato  dell’America è crudo, spietato, avido (“il potere ti aiuta a far soldi e i soldi danno potere…”), ma allo stesso tempo carico di amori spezzati e di sogni infranti. O che rischiano di infrangersi. Monty diventa l’America stessa, con le sue paure per il futuro, con la sua rabbia per ciò che aveva e non avrà più, con il suo rimorso per non essersi accorta prima “dove” era diretta. Un baratro, probabilmente.
 
Il libro è stato scritto prima dell’attentato alle torri gemelle dell’11 settembre, prima della paurosa crisi che ha fatto e sta facendo precipitare gli Stati Uniti nell’incubo della disoccupazione e dei fallimenti. Ma l’aspetto tristemente premonitore del libro è che denuncia proprio la sordità della nazione a tutto questo. Monty è così indignato per questa sordità che arriva persino a vedere tutte le colpe del mondo nella sua città e a desiderarne anche il peggio, per lei, pur di risvegliarla dal suo torpore (passaggio inquietante: “che venga un terremoto e butti giù i grattacieli: che il fuoco divampi incontrastato; che bruci, bruci, bruci…”: i grattacieli, poi, sono venuti giù realmente…).
Ma dov’è l’anima dell’America? Non saprei. A me piace vederla nelle prime pagine, nella figura di un cane che, ferito e quasi moribondo dopo essere stato torturato, viene soccorso da Monty e tenuto con sé. Di questo cane si parlerà ancora, nel libro, in passaggi molto intensi. Il cane dovrà rimanere in vita, a tutti i costi. E Monty lo affiderà a uno dei suoi amici, a Jakob, l’insegnante di letteratura.
Bello, il cane.
Da affidare. Vivo a tutti i costi.