You don’t understand… you don’t understand…
Nella giornata di lutto per le vittime del terremoto in Emilia (lunedì scorso) Radio Due ha deciso di cancellare la programmazione, mandando in onda solo musica e “voci e testimonianze” in un viaggio nell’Italia dei terremoti (non solo dell’Emilia, dunque, anche dell’Aquila, dell’Irpinia…). Musica e parole, solamente.
Musica per resistere, ripeteva la radio. Per resistere. Don’t give up…
Tornato a casa, in serata, ho acceso la radio. Lo faccio spesso. Un libro, un divano e la radio accesa. Oppure la musica. In atmosfere così il tempo scorre diversamente.
La radio era accesa, dicevo, come in molte sere. Purple rain… Purple rain…
La selezione musicale era talmente bella, avvolgente, che avrei voluto chiedere a chiunque i nomi di tutti quei brani che non conoscevo.
E poi ogni tanto quelle voci. Parlava ora una donna, ora un uomo, ora una ragazza. E allora chiudevo il libro che leggevo durante la musica e mi mettevo in ascolto di quelle parole. In atmosfere così gli spazi si riempiono diversamente.
Non c’erano immagini di case rase al suolo a distrarre l’attenzione dalle parole. E le domande ai sopravvissuti sembravano non fatte con un microfono in mano, ma solo da una persona vicina. Da un amico, magari. Ed erano domande che non volevano indurre al pianto o alla commozione, perché non c’era una telecamera a ghermire tali tipi di immagini. Così, il pianto sembrava più pianto. E la voce più spezzata. Povera patria…
Sono sempre stato attratto dalla fotografia e dai film, ma quando ho sentito la testimonianza di una ragazza che raccontava di essere scappata dal palazzo in cui abitava, e scappando, lungo il corridoio, aveva visto le mura crollare alle sue spalle, e poi il pavimento cedere, per poi ritrovarsi in mezzo alle macerie, tra puzza di gas fuoriuscito da tubi contorti, e acqua che si impastava con la polvere, be’… con la sua voce… solo con la sua voce quella puzza mi è sembrato di sentirla. Veramente. Ecco cosa può essere la radio. Ed ecco cosa possono essere le parole.
E poi cera quella musica… dolce… brano dopo brano… Musica per resistere, sì…
Mi sono addormentato così, ascoltando la radio. Prima di addormentarmi, però, mi è piaciuto pensare una cosa. E mi è piaciuto anche immaginarla, questa cosa. In atmosfere così l’immaginazione ti consente qualunque cosa.
Immaginavo che mentre ascoltavo una musica, ad occhi chiusi, nel buio, in quello stesso momento, a centinaia di chilometri di distanza, qualcuno sotto una tenda ascoltava la stessa musica. Ad occhi chiusi, con le distanze annullate dall'immaginazione, sembravamo uno accanto all’altro, chi più chi meno fortunato, ma uno accanto all’altro. Mi è piaciuto pensarlo. Perché quella radio me lo consentiva. Adoro la radio. Across the universe…
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mercoledì 6 giugno 2012
mercoledì 30 maggio 2012
pensando al terremoto…
"Nella mia vita è crollato tutto…"
"È stato come un terremoto…"
Quante volte abbiamo usato la metafora del terremoto per descrivere ciò che stava accadendo alla nostra vita? Magari dentro di noi era proprio così. Quando perdi un lavoro, quando svanisce un'amicizia in cui credevi, quando finisce un amore…
E poi accade.
Accade che un giorno, dalle immagini di un giornale o da quelle di un video, quella metafora assuma una forma precisa nei tuoi occhi.
E in quel momento capisci cosa vuol dire realmente quando crolla qualcosa, come nel caso dei patrimoni artistici custoditi nei secoli e rovinati al suolo in un istante. Capisci cosa può voler dire (perché puoi solo immaginarlo) ritrovarti per strada all'improvviso e tutto quello che ti è rimasto della vita è solo una coperta sulle spalle. Capisci cosa può provare un vecchio, costretto in una tenda a vivere i pochi anni che gli rimangono senza più nulla su cui contare, tranne i ricordi. E gli affetti.
Se nella casualità della vita – che non è brutalità della natura o ferocia del destino, come leggo e ascolto in questi giorni, ma solo casualità – se nella casualità della vita, dicevo, può arrivare il giorno in cui nelle mani ti rimangono solo affetti e ricordi, allora vuol dire che, fin da ora, dovresti salvaguardarli riponendo in loro una smisurata fede. Fede negli affetti e nei ricordi.
Di fronte a un terremoto, evento estremo per la sua forza devastante, mi viene da pensare che quanto più siamo vicini al crollo di tutto, alla fine, alla morte, tanto più capiamo il senso della vita.
Questo vale forse per chi davvero si è trovato a due passi dalla morte. Vale per chi ha vissuto le grandi guerre, dove accanto agli istinti più brutali si risvegliano valori come fratellanza, patria, soccorso, sacrificio…
Ma torniamo al terremoto e a noi. Della distruzione e della morte che guardiamo in uno schermo o sulle pagine di un giornale, cosa capiamo? Si risvegliano anche per noi quegli ideali, ecc.…
Le cose del mondo, le cose degli umani non vanno così. Fosse così facile capire il senso della vita…
Bastassero semplici immagini a correggere le aberrazioni che ci spingono all'odio, alla violenza, all'invidia, al potere…
Non sono bastate. Terremoti, alluvioni, frane, inondazioni… Non sono bastate. A guardare cosa siamo oggi, a giudicare dalla nostra indifferenza, non sono bastate. Dagli occhi, le immagini che guardiamo difficilmente sedimentano nella nostra coscienza.
Dovrebbero farlo, invece.
Allora, solo allora, basterebbero.
"È stato come un terremoto…"
Quante volte abbiamo usato la metafora del terremoto per descrivere ciò che stava accadendo alla nostra vita? Magari dentro di noi era proprio così. Quando perdi un lavoro, quando svanisce un'amicizia in cui credevi, quando finisce un amore…
E poi accade.
Accade che un giorno, dalle immagini di un giornale o da quelle di un video, quella metafora assuma una forma precisa nei tuoi occhi.
E in quel momento capisci cosa vuol dire realmente quando crolla qualcosa, come nel caso dei patrimoni artistici custoditi nei secoli e rovinati al suolo in un istante. Capisci cosa può voler dire (perché puoi solo immaginarlo) ritrovarti per strada all'improvviso e tutto quello che ti è rimasto della vita è solo una coperta sulle spalle. Capisci cosa può provare un vecchio, costretto in una tenda a vivere i pochi anni che gli rimangono senza più nulla su cui contare, tranne i ricordi. E gli affetti.
Se nella casualità della vita – che non è brutalità della natura o ferocia del destino, come leggo e ascolto in questi giorni, ma solo casualità – se nella casualità della vita, dicevo, può arrivare il giorno in cui nelle mani ti rimangono solo affetti e ricordi, allora vuol dire che, fin da ora, dovresti salvaguardarli riponendo in loro una smisurata fede. Fede negli affetti e nei ricordi.
Di fronte a un terremoto, evento estremo per la sua forza devastante, mi viene da pensare che quanto più siamo vicini al crollo di tutto, alla fine, alla morte, tanto più capiamo il senso della vita.
Questo vale forse per chi davvero si è trovato a due passi dalla morte. Vale per chi ha vissuto le grandi guerre, dove accanto agli istinti più brutali si risvegliano valori come fratellanza, patria, soccorso, sacrificio…
Ma torniamo al terremoto e a noi. Della distruzione e della morte che guardiamo in uno schermo o sulle pagine di un giornale, cosa capiamo? Si risvegliano anche per noi quegli ideali, ecc.…
Le cose del mondo, le cose degli umani non vanno così. Fosse così facile capire il senso della vita…
Bastassero semplici immagini a correggere le aberrazioni che ci spingono all'odio, alla violenza, all'invidia, al potere…
Non sono bastate. Terremoti, alluvioni, frane, inondazioni… Non sono bastate. A guardare cosa siamo oggi, a giudicare dalla nostra indifferenza, non sono bastate. Dagli occhi, le immagini che guardiamo difficilmente sedimentano nella nostra coscienza.
Dovrebbero farlo, invece.
Allora, solo allora, basterebbero.
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