Visualizzazione post con etichetta cronaca. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta cronaca. Mostra tutti i post

domenica 28 ottobre 2012

Ha senso oggi scegliere il liceo classico?

Di sabato, verso fine mattina, mi capita di rimanere qualche minuto in auto a osservare ragazzi e ragazze che escono da scuola. Non lo faccio per divertimento o altro, è bene chiarirlo subito: la ragione ha a che fare col dovere di padre.

Comunque sia, li osservo. Zaini pesanti sulle spalle, sorrisi, continui sguardi intorno… Escono da un istituto, un liceo classico, più precisamente. Allora il mio sguardo si sposta da loro all'istituto, e non posso non pormi una domanda: cosa ha spinto questi ragazzi a scegliere il liceo classico?

Ciò che ho detto a mia figlia su quale fosse il mio pensiero a riguardo spero non abbia influenzato la sua scelta. Ma ho continuato a pensarci, raccogliendo qua e là immagini, parole, riflessioni che potessero puntellare più chiaramente la questione.
A meno che non si abbia in mente fin dall'inizio la professione che si vuol fare da grandi, scegliere il classico per il puro piacere di studiare letteratura, filosofia, greco, latino oggi sembra una scelta da pazzi. Ancor più se si continua all'Università. Perché farlo, allora?

Assistetti all' "open day" di un istituto classico. La cosa che mi colpì fu che, più che parlare delle materie cardine per quell'indirizzo, si sforzavano di gareggiare con gli altri istituti sul loro territorio, parlando cioè di scienze ("vedete, questo è il nostro laboratorio di fisica, così ben attrezzato…"), di matematica ("sapete, un alunno di questo istituto è stato preso a Ingegneria…"), inglese ("si fanno gite all'estero, per imparare meglio la lingua, per scambi culturali…")
Per carità, andava tutto benissimo, voglio dire, era sensato e giusto parlare anche di quelle materie, ma… e il greco? il latino? la filosofia, la letteratura? che fine avevano fatto quelle materie che sono il reale spazio che i potenziali alunni avrebbero dovuto abitare? Ebbi la sensazione che non se ne parlasse perché, essendo la necessità quella di mettere a confronto il Classico con altri licei o istituti, allora la partita si sceglieva di giocarla sul loro terreno.
Mi era una partita persa in partenza. E forse il calo delle iscrizioni ai licei classici lo dimostra.

A questo proposito c'è un interessante articolo, un'intervista a Giuseppe Zanetto, professore di Letteratura Greca alla Facoltà di Lettere e Filosofia dell'Università degli Studi di Milano. Ve lo sottopongo e, anche se non lo leggerete, riporterò qualche suo pensiero.

Condivido molto di quell'articolo, comprese le perplessità e le speranze del prof. Zanetto. Ma… è come se mancasse qualcosa a definire meglio il cuore del problema.
Cuore… Sì, mi viene in mente un altro articolo, su "D" di Repubblica, in cui si invitava i professori a parlare al cuore dei ragazzi. Mi chiedo, allora: si parla al cuore anche quando li si deve convincere della scelta della scuola?

Il professore dice che bisognerebbe "rieducare i ragazzi a frequentare luoghi come teatri o musei, per aiutarli a conoscere la civiltà e le sue opere…". Giusto, ma prima o poi si dovrà pure spiegare loro l'importanza e l'utilità di questa conoscenza.
E infatti è ciò che fa, a grandi linee, il prof. Zanetto, facendo osservare che paesi come "gli Stati Uniti o l’Inghilterra sentono il bisogno di studiare latino, greco e materie umanistiche mai come prima d’ora." Giusto anche questo, ma qualcuno dovrà pur dire da cosa scaturisce e a cosa porta questo bisogno di studiare le materie umanistiche.
Nell'articolo il professore ricorda la frase recitata spesso dai ragazzi: “Il latino e il greco non servono a niente, sono lingue morte”, e aggiunge che, al contrario, dietro quelle materie ci sono "gli affascinanti insegnamenti degli antichi". Nulla da obiettare, ma questo fascino cos'è? Dov'è? Bisognerebbe studiare quelle materie solo per il loro fascino?
Il prof. Zanetto, in proposito, sottolinea che "L’antico non è ancora passato…", ma nonostante tutto "l’uomo moderno non si riconosce più nel pensiero, nel discorso letterario e di conseguenza non riesce nemmeno a cogliere il richiamo alla vita che questo esercita", e che chi legge di cultura greca e latina è risvegliato a "una letteratura che promuove il senso della realtà e promuove quella problematicità della vita umana." "Pertanto", termina il prof., "sostengo l'importanza degli antichi per il recupero di noi stessi. Il liceo classico, che ora sta pagando il fardello della crisi, è il vero luogo da cui ripartire."

Fine dell'intervista. Applausi. Ma sinceri, anche da parte mia. Non solo per l'enfasi nella conclusione, ma anche per le verità dette.

Solo che… cambio pagina e quelle parole progressivamente svaniscono. E questo accade perché hanno tentato di convincermi agendo sulla mia ragione e non sul cuore. Ma la ragione è facile preda di mille altri e più astuti sostenitori di opposte teorie, che vedono ad esempio la scienza come unica medicina per il futuro.

Penso a qualcosa che possa parlare al cuore, allora.
Perché scegliere materie umanistiche? Perché lo fanno all'estero, negli Stati Uniti e non qui?

Non ho in mente una risposta, ma un discorso. Anzi due.


Il 27 agosto del 1964 Robert Kennedy alla convention democratica ad Atlantic City tenne un discorso in cui commemorò il fratello John, ucciso il 22 novembre dell'anno precedente. Un discorso che strappò ventidue minuti di applausi e chissà quante lacrime. Un discorso che emozionò lo stesso Robert Kennedy, che al termine si appartò in un sottoscala da solo, con gli occhi lucidi. In quel discorso Robert Kennedy citò il poeta Robert Frost, ma soprattutto si sentì coinvolto emotivamente quando citò un brano di Shakespeare, tratto da Romeo e Giulietta, in cui Giulietta, presagendo la morte di Romeo sogna che il ricordo del suo amato possa durare in eterno, con la stessa bellezza di un cielo tempestato di stelle.
Cinque anni dopo, il 4 aprile del 1968, sempre Robert Kennedy durante la sua campagna elettorale a Presidente degli Stati Uniti viene informato in auto, poco prima di tenere un comizio nell'Indiana, dell'assassinio di Martin Luther King. Nel discorso che terrà di lì a pochi minuti, il più profondo messaggio che sente di trasmettere, a memoria, alle migliaia di persone che gli sono intorno è tratto dall' "Agamennone", di Eschilo, ricordando a tutti che si arriva alla saggezza attraverso la sofferenza. Il brano faceva parte di un saggio, "The Greek way" sulla tradizione classica greca, che Kennedy amava leggere e rileggere e che tempo prima lo convinse a candidarsi.

Eschilo

E allora, se la persona che con ogni probabilità sarebbe diventata la più potente della Terra si affida alla letteratura e a citazioni del mondo classico, greco per trovare e trasmettere forza, vuol dire che quelle parole hanno in sé un'inconfutabile potenzialità e conservano una granitica attualità. E venivano dette da un candidato alla Presidenza che aveva fatto un discorso chiaro sul PIL, sul fatto che una nazione non può essere valutata per quanto produce ma per come vivono i propri abitanti, per lo sviluppo della sua istruzione, perché il PIL "non comprende la bellezza della nostra poesia". A pensarci… È terribile… È terribile come la mia generazione abbia disatteso quelle speranze. Oggi sembrano incredibilmente attuali queste parole, in un mondo in cui regna il "mercato" (qualsiasi significato questa parola abbia) e dove il "consumo" ha tolto spazio e vita all'essere umano. È evidente che qualcosa è venuta meno, quel "senso della realtà e della problematicità umana".

Tutti quei discorsi di Robert Kennedy furono tenuti in anni in cui il mondo era sull'orlo della terza guerra mondiale, con la crisi cubana per l'invasione della Baia dei Porci, la guerra del Vietnam in corso, i diritti dei neri ottenuti a un prezzo raccapricciante di vite umane. Mai l'umanità era stata più a rischio, mai aveva vissuto anni più pericolosi.
Bene, in quegli anni, col mondo sul baratro del disastro, cosa fa un candidato alla Presidenza della nazione più potente della Terra? Si affida alla poesia, a Shakespeare, ad Eschilo. Se lo hanno poi ammazzato, Robert Kennedy, il 5 giugno del 1968, lo hanno fatto per le sue idee, per la forza del suo pensiero, un pensiero che poggiava tenacemente su una visione umanistica della società. Erano idee che non piacevano, erano pericolose, troppo progressiste, troppo vicine all'Uomo. Non era un visionario, se lo hanno ammazzato, ma un uomo dalle idee potenti, rivoluzionarie, idee che rappresentavano una speranza per milioni di persone, e disegnavano una nuova società. Ed erano idee nate da una cultura classica.

Ora, scegliere un liceo classico invece che un altro indirizzo, naturalmente, non è che metta a rischio la vita di qualcuno, e non deve far pensare a insegnamenti che carichino troppo di responsabilità. Ma è utile far capire che le conoscenze a cui un ragazzo potrà accedere gli offriranno quegli strumenti indispensabili per disegnare una diversa società, se solo si avesse la forza di farlo.

Immagino, allora, un "open day" diverso, in cui si parli al cuore, facendo leva proprio sulle materie che caratterizzano un indirizzo classico, con questi argomenti. Anche con questi. Se un ragazzo o una ragazza nel sentire queste parole non avvertisse anche un solo battito in più del proprio cuore, o non provasse quella strana sensazione di chi si trova, a sua insaputa, nel luogo da cui è necessario "ripartire", allora è bene che non scelga questo indirizzo. Penso, però, che i ragazzi abbiano più voglia di provare emozioni e di tentare cambiamenti di quanto crediamo. Se solo gli venisse spiegato come e dove possono farlo.

lunedì 9 luglio 2012

Esperienza postmoderna…

Se per un problema tecnico di connessione alla rete chiami il tuo gestore di telefonia puoi accorgerti quanto realmente (realmente?) possa esistere un mondo virtuale.
Ho fatto un contratto di telefonia per l'adsl non so con chi (conosco il nome della compagnia ma non ho mai visto né sede né dipendenti), firmandolo soltanto io. Un contratto prevede almeno due parti, e in quello che ho firmato io sono una di queste, ma l'altra parte esiste perché io credo che esista e perché alcune prove materiali, tra cui la pubblicità, solo indirettamente me lo dimostrano.

Comunque sia, si dà corso al contratto e qualcuno, o qualcosa, insomma un'entità non meglio definita mi consente di connettermi alla rete. Poi qualcosa non funziona. Un problema tecnico, mi dice al telefono Valerio che corrisponde solo a una voce e alla chiamata identificata col codice vu73pq9, un problema per il quale mi chiede di pazientare per pochi giorni. Quattro. Sembrano molto esatti, nelle spiegazioni, e questa esattezza mi fa sentire soddisfatto e in buone mani.

Poi i quattro giorni diventano cinque dieci, e io parlo prima con Antonello/uv56ol8 e poi con Sandra/tv29ud6 e tutti mi dicono che solleciteranno l'intervento. Ma quando i giorni diventano quindici venti, dopo aver parlato con Carla/ju43ow8 che mi ripete le stesse cose di… allora perdo proprio la pazienza con Paolo/vl57ks3, al quale chiedo di sapere con maggiore esattezza a chi solleciteranno l'intervento. Ai tecnici, risponde senza esitare, ma se provo a chiedere di parlare io direttamente con i tecnici mi dice che non è possibile, che la procedura non lo prevede, che loro possono solo inoltrare il sollecito e nient'altro. Ma siccome il mio lavoro è bloccato e sono disperato chiedo di parlare con un superiore, con un ufficio, con un responsabile, insomma non solo con un nome e un numero (è possibile, a questo punto, che con la chiamata denominata "Paolo" io stia parlando con l'operatore vl57ks3).
Non c'è verso, però, di arrivare a niente e a nessuno. Faccio presente allora che è una posizione sbilanciata, che voi/loro (non so più quale pronome usare… ma serve davvero un pronome?) conoscono tutto di me, a chi scrivo, cosa scrivo, quali pagine apro, in quali istanti della giornata, le mie abitudini, i miei consumi, le mie letture, le mie idee, e io non so nemmeno se esista un responsabile tecnico. Ma l'avatar mi ripete, con tono distaccato, che non può fare di più. In quello stesso istante capisco realmente cosa c'è di virtuale nella rete. Quando chiudo il telefono mi sembra/credo/ho l'impressione di non aver mai parlato con nessuno. Non mi resta che attendere. Non ho che da arrendermi. A chi o a cosa non ha importanza. Qualcuno prima o poi riparerà il guasto. Qualcuno o qualcosa.
Don DeLillo

Mi sembra una fortuna non avere l'adsl a casa, perché capisco che questa mancanza, almeno lì, non metterà a rischio quella parte di mondo nella quale c'è ancora spazio per qualche residua parvenza di certezza.
Solo che a casa mi accorgo che non funziona il climatizzatore (apparecchio che mi fa credere che la giornata sia fresca quando in realtà fa un caldo insopportabile). Chiamo al telefono il tecnico che lo ha installato, ma parte la segreteria telefonica. Che sia lo stesso dell'adsl? Che ci sia una congiura di tecnici alle mie spalle? La voce cortese al telefono mi comunica che il telefono potrebbe essere… ma io parlo lo stesso, al telefono, pregando il tecnico di rispondere, lo prego come farei con Dio, non di riparare il guasto, a questo punto, ma solo di venire in soccorso della mia salute mentale. Alla fine risponde. Sembra un miracolo.

La sera, a letto, riapro "Rumore Bianco", e passo qualche ora in compagnia di Don DeLillo. Dopo una giornata così, nonostante la lettura (o grazie alla lettura) la serata sembra molto… reale.

(è tutto accaduto, tranne la storia del climatizzatore, inserita giusto per non dare una versione troppo… realistica)

lunedì 11 giugno 2012

Coelho, l'istigatore…

Ci posso scommettere. Ci posso scommettere che le libreria da domani (se non lo hanno già fatto) metteranno in bella vista il libro di Paulo Coelho "Manuale del guerriero della Luce". Funziona così: muore uno scrittore e i suoi libri ricoprono banconi e vetrine: un libro passa alla ribalta per una qualsiasi ragione ed ecco che si fa prepotentemente largo.
Così va la vita, scriverebbe Kurt Vonnegut.

Vi informo subito di due cose. Uno, Coelho non mi piace come scrittore. Due, Coelho non è morto, per fortuna. Ma per via della presenza di quel suo libro sul comodino di Giovanni Vantaggiato, il reo confesso della strage di Brindisi, di lui e di quel libro se ne farà un gran parlare nei prossimi giorni, penso.
Questo fatto di cronaca, sotto questo aspetto, non m'interesa, perché è altro che mi è venuto in mente: se avrete la solita pazienza, spero, vi dirò cos'è. Inizio solo col dirvi che davanti all'avventatezza di alcune considerazioni rimango esterrefatto.

Fabrizio Caccia, in un articolo sul "Corriere della Sera" di sabato scorso, tra i vari passaggi, riporta così il rinvenimento del libro da parte degli investigatori: "… sembra (Vantaggiato) come aver preso l'ispirazione dalle pagine dello scrittore brasiliano: «Il guerriero della luce si serve della rabbia per mostrare l'infinito valore della pace… si serve del fuoco per impartire una lezione sull'acqua… si serve della morte per mostrare l'importanza della vita…». Se ad armare il suo delirio è stato questo, oltre alla crisi economica… lo si saprà forse oggi stesso…"


Un libro, parole che armano la mano di uno squilibrato. Che responsabilità scrivere certe cose… Ha senso scrivere una frase del genere? O non è forse solo lo squilibrio mentale a distorcere l'interpretazione delle parole, ad alterarne significati per giustificare azioni che altrimenti suonerebbero come pura follia e che richiederebbero una semplice condanna, senza il bisogno di trovare vortici ambigui nella letteratura? Chi ha realmente impugnato la pistola che uccise John Lennon: Mark David Chapman o Salinger?
Se Coelho non fosse mai esistito sarebbe ancora in vita la ragazza di Brindisi? Se Salinger non fosse mai nato staremmo qui a parlare della morte di John Lennon?

Il fatto è che credo che faccia un grande effetto sulla gente pensare che un libro possa alterare una mente umana. A dire il vero io sono convinto che possa accadere. Ecco, era quello che volevo dirvi. Ma non in così poche parole.

Sono convinto che un libro sia in grado di suscitare un tale silenzioso processo dentro di noi da condizionare i nostri comportamenti, le nostre scelte. Solo che noi siamo inclini ad accorgerci che questo accade solo quando ci troviamo di fronte a cose grandi, molto grandi, e spaventose, e tremende. Vogliamo rimanere stupiti, inorriditi, sì, ma stupiti.


Mi chiedo, però, di tutti quelle banali cose quotidiane – sorrisi, parole d'affetto, aiuti, conforto, abbracci, sguardi, confidenze, amori, baci, sogni, speranze… – a cui le emozioni provate leggendo un racconto possono averci indotto, di tutte queste cose chi mai ne parlerà? Quando e quanto spazio mai occuperanno sulle pagine di un giornale? Sono cose silenziose, non fanno notizia, ma sono le cose a cui possono indurre i libri, una delle ragioni per cui vale la pena leggerli, se mai qualcuno me ne chiedesse una, di ragione.

L'inopportuno signor Ramsey, in "Gita al Faro" di Virginia Woolf, si chiede "Se Shakespeare non fosse mai esistito il mondo sarebbe stato molto diverso da quello che è oggi?"
Estrapolo questa frase come raccoglierei una goccia da un lago. Ma la riporto così com'è e la pongo a me stesso: se Shakespeare non fosse mai esistito il mondo sarebbe stato molto diverso da quello che è oggi?
È possibile che… la letteratura, credo, o più in generale, le arti, nonostante lotte, guerre, battaglie, abbiano evitato che ci distruggessimo l'uno con l'altro.
E se così fosse, se realmente sono state capaci di tanto, lo hanno fatto molto, molto silenziosamente.

sabato 9 giugno 2012

Bradbury, Baricco e le verande…

E poi c'era quella storia delle verande. Non è che mi assillasse, ma era lì, che si affacciava alla mente di tanto in tanto.

Quando ho saputo che Ray Bradbury era morto, qualche giorno fa, si è riaffacciata. Allora ho preso un suo libro, quello a cui tengo di più. L'ho sfogliato: un tributo silenzioso a chi so avermi lasciato parole che avrei rimpianto, se conosciute troppo tardi o se non le avessi conosciute affatto.

Ho sfogliato il libro e ho riletto alcuni passaggi che avevo evidenziato a bordo pagina. Uno lo riporto qui (non è il migliore, ma… abbiate pazienza, capirete perché proprio questo).
"Alle volte, se ne stavano seduti sulla veranda, tutta la famiglia, a pensare a tante cose, a sviscerare le cose. Lo zio dice che gli architetti si sono liberati delle verande, perché le verande non erano estetiche. Ma lo zio dice che questo era un voler razionalizzare il fatto; la vera ragione, nascosta sotto, mascherata, era forse che non si voleva la gente seduta sotto le sue verande, così in pace, senza far niente, a dondolarsi, a chiacchierare: perché questo era il genere di vita collettiva non desiderata. In quelle condizioni, la gente parlava troppo; aveva il tempo di pensare; e così s'è fatta la festa alle verande. E anche ai giardinetti davanti ad ogni casa. Non ci sono più panchine, non ci sono più giardini, dove sedere a perdere il tempo. E poi, avete osservato i mobili? Non ci sono più poltrone a dondolo. Sono troppo comode. La gente deve stare in piedi, deve correre tutto il santo giorno. "Lo zio dice... e... sapete che cosa ha detto lo zio?... del resto lo zio..." La voce di Clarisse si affievoliva sempre più."


Dopo aver chiuso il libro, però… quella storia delle verande continuava a ronzarmi intorno. Mi son chiesto dove altro diavolo l'avevo letta.
Ho provato ad aprire qualche libro, a caso. Tra i tanti, e senza alcun criterio, la mia sembrava una lotteria. Per la ricerca ho perso qualche minuto. A dire il vero ne ho persi parecchi di minuti. E a dire il vero non penso proprio di averli persi, perché ho riaperto libri rimasti da tempo in attesa di quel mio gesto, umili e silenziosi elargitori di cose andate nel tempo, momenti lontani, ricordi. Se avessi fatto una ricerca della parola "veranda" in un qualsiasi lettore di ebook sicuramente non avrei "perso" tutto quel tempo, ma altrettanto sicuramente non avrei rivissuto quei momenti.

Ma questo a voi non interessa. Forse vi interesserà sapere che il libro poi l'ho trovato, per fortuna. Sennò, per uno testardo come me, al diavolo la libreria e tutto quanto: li avrei incendiati, i libri, sennò…
Era di Alessandro Baricco. "City". Anche lui parla di verande. Non solo di verande, ovviamente.
Se un qualsiasi scrittore inviasse un proprio manoscritto a un editor, in cui come metafore usasse, chessò… una balena bianca, o un topo che rosicchia dei libri in biblioteca, o un uomo che si ritrova ad essere un insetto, be'… non so quali risposte riceverebbe. O quali imprecazioni.

Ma Baricco non è uno scrittore qualsiasi.
Chiariamoci subito: penso che le letture che ognuno fa lascino tracce (per fortuna) che talvolta, e inconsapevolmente, col tempo possono tornare a galla. Può essere ciò che è accaduto a Baricco. O almeno è quello che voglio sperare.

In "City" Baricco, riepilogando una lunga dissertazione fatta dal prof. Baldini, un personaggio del romanzo, scrive: "Lui pensava, davvero, che gli uomini stanno sulla veranda della propria vita (esuli quindi da se stessi) e che questo è l’unico modo possibile, per loro, di difendere la propria vita dal mondo, giacché se solo si azzardassero a rientrare in casa (e ad essere se stessi, dunque) immediatamente quella casa regredirebbe a fragile rifugio nel mare del nulla, destinata ad essere spazzata via dall’ondata dell’Aperto, e il rifugio si tramuterebbe in trappola mortale, ragione per cui la gente sì affretta a riuscire sulla veranda (e dunque da se stessa), riprendendo posizione là dove solo le è dato di arrestare l’invasione del mondo, salvando quanto meno l’idea di una propria casa, inabitabile. Abbiamo case, ma siamo verande, pensava." (a proposito, Baldini/Baricco sulla veranda immaginava un uomo proprio su una sedia a dondolo.)


Penso che se un giorno mi trovassi a osservare una bella veranda e avessi accanto una persona che non conoscesse i due libri, probabilmente gli parlerei di quello di Bradbury. La scrittura di Baricco è impeccabile, inarrivabile, e lo è in tutto il libro, "City", e lo è in tutti i suoi libri. Ma io per la veranda… al malcapitato al mio fianco, gli parlerei di Bradbury e di "Fahrenheit 451". Ah, già, non avevo ancora scritto il titolo del suo libro: è quello in cui li si bruciano, i libri. Ma se qualcuno pensasse che la sola morale (?) del libro fosse quella che i libri non si bruciano lo inviterei a leggere Cenerentola o altre fiabe del genere.

Se non lo hai già fatto ti invito a leggerlo, allora, "Fahrenheit 451, anche se non in veranda su una comoda sedia a dondolo: leggilo, non ti offre zattere su cui sopravvivere, scaccia via da te la paura del mare.

mercoledì 6 giugno 2012

parole e musica per resistere…

You don’t understand… you don’t understand…
Nella giornata di lutto per le vittime del terremoto in Emilia (lunedì scorso) Radio Due ha deciso di cancellare la  programmazione, mandando in onda solo musica e “voci e testimonianze” in un viaggio nell’Italia dei terremoti (non solo dell’Emilia, dunque, anche dell’Aquila, dell’Irpinia…). Musica e parole, solamente.

Musica per resistere, ripeteva la radio. Per resistere. Don’t give up…
Tornato a casa, in serata, ho acceso la radio. Lo faccio spesso. Un libro, un divano e la radio accesa. Oppure la musica. In atmosfere così il tempo scorre diversamente.

La radio era accesa, dicevo, come in molte sere. Purple rain… Purple rain…
La selezione musicale era talmente bella, avvolgente, che avrei voluto chiedere a chiunque i nomi di tutti quei brani che non conoscevo.
E poi ogni tanto quelle voci. Parlava ora una donna, ora un uomo, ora una ragazza. E allora chiudevo il libro che leggevo durante la musica e mi mettevo in ascolto di quelle parole. In atmosfere così gli spazi si riempiono diversamente.

Non c’erano immagini di case rase al suolo a distrarre l’attenzione dalle parole. E le domande ai sopravvissuti sembravano non fatte con un microfono in mano, ma solo da una persona vicina. Da un amico, magari. Ed erano domande che non volevano indurre al pianto o alla commozione, perché non c’era una telecamera a ghermire tali tipi di immagini. Così, il pianto sembrava più pianto. E la voce più spezzata. Povera patria…


Sono sempre stato attratto dalla fotografia e dai film, ma quando ho sentito la testimonianza di una ragazza che raccontava di essere scappata dal palazzo in cui abitava, e scappando, lungo il corridoio, aveva visto le mura crollare alle sue spalle, e poi il pavimento cedere, per poi ritrovarsi in mezzo alle macerie, tra puzza di gas fuoriuscito da tubi contorti, e acqua che si impastava con la polvere, be’… con la sua voce… solo con la sua voce quella puzza mi è sembrato di sentirla. Veramente. Ecco cosa può essere la radio. Ed ecco cosa possono essere le parole.
E poi cera quella musica… dolce… brano dopo brano… Musica per resistere, sì…
Mi sono addormentato così, ascoltando la radio. Prima di addormentarmi, però, mi è piaciuto pensare una cosa. E mi è piaciuto anche immaginarla, questa cosa. In atmosfere così l’immaginazione ti consente qualunque cosa.

Immaginavo che mentre ascoltavo una musica, ad occhi chiusi, nel buio, in quello stesso momento, a centinaia di chilometri di distanza, qualcuno sotto una tenda ascoltava la stessa musica. Ad occhi chiusi, con le distanze annullate dall'immaginazione, sembravamo uno accanto all’altro, chi più chi meno fortunato, ma uno accanto all’altro. Mi è piaciuto pensarlo. Perché quella radio me lo consentiva. Adoro la radio. Across the universe…

mercoledì 30 maggio 2012

pensando al terremoto…

"Nella mia vita è crollato tutto…"
"È stato come un terremoto…"
Quante volte abbiamo usato la metafora del terremoto per descrivere ciò che stava accadendo alla nostra vita? Magari dentro di noi era proprio così. Quando perdi un lavoro, quando svanisce un'amicizia in cui credevi, quando finisce un amore…


E poi accade.
Accade che un giorno, dalle immagini di un giornale o da quelle di un video, quella metafora assuma una forma precisa nei tuoi occhi.


E in quel momento capisci cosa vuol dire realmente quando crolla qualcosa, come nel caso dei patrimoni artistici custoditi nei secoli e rovinati al suolo in un istante. Capisci cosa può voler dire (perché puoi solo immaginarlo) ritrovarti per strada all'improvviso e tutto quello che ti è rimasto della vita è solo una coperta sulle spalle. Capisci cosa può provare un vecchio, costretto in una tenda a vivere i pochi anni che gli rimangono senza più nulla su cui contare, tranne i ricordi. E gli affetti.


Se nella casualità della vita – che non è brutalità della natura o ferocia del destino, come leggo e ascolto in questi giorni, ma solo casualità – se nella casualità della vita, dicevo, può arrivare il giorno in cui nelle mani ti rimangono solo affetti e ricordi, allora vuol dire che, fin da ora, dovresti salvaguardarli riponendo in loro una smisurata fede. Fede negli affetti e nei ricordi.

Di fronte a un terremoto, evento estremo per la sua forza devastante, mi viene da pensare che quanto più siamo vicini al crollo di tutto, alla fine, alla morte, tanto più capiamo il senso della vita.
Questo vale forse per chi davvero si è trovato a due passi dalla morte. Vale per chi ha vissuto le grandi guerre, dove accanto agli istinti più brutali si risvegliano valori come fratellanza, patria, soccorso, sacrificio…


Ma torniamo al terremoto e a noi. Della distruzione e della morte che guardiamo in uno schermo o sulle pagine di un giornale, cosa capiamo? Si risvegliano anche per noi quegli ideali, ecc.…

Le cose del mondo, le cose degli umani non vanno così. Fosse così facile capire il senso della vita…
Bastassero semplici immagini a correggere le aberrazioni che ci spingono all'odio, alla violenza, all'invidia, al potere…
Non sono bastate. Terremoti, alluvioni, frane, inondazioni… Non sono bastate. A guardare cosa siamo oggi, a giudicare dalla nostra indifferenza, non sono bastate. Dagli occhi, le immagini che guardiamo difficilmente sedimentano nella nostra coscienza.
Dovrebbero farlo, invece.
Allora, solo allora, basterebbero.

mercoledì 23 maggio 2012

Serate di parole

Come tanti ho seguito “Quello che (non) ho”, le serate su La7 di Fabio Fazio e Roberto Saviano.

Ho letto qualche commento sulla trasmissione. In gran parte erano positivi, altri più critici. Ad esempio, c’è chi si è scagliato contro il “potere” editoriale di Fabio Fazio, chi ha ritenuto che la lunga durata della trasmissione fosse stata necessaria solo a contenere le pubblicità, chi ha esaminato i compensi stellari dei conduttori (cinquecentomila euro), chi, invece, era animato solo dall’antipatia per Fazio o Saviano.

Dimenticando tutto questo (ché in questo post vorrei parlare di altro), a me piace che il pubblico sia stato intrattenuto grazie a “semplici” parole.
Come “libertà”, “ponte”, “convivenza”, “poesia”, “futuro”,…
Era tanto che non accadeva.
A dire il vero, in alcuni momenti mi è sembrato un Sanremo della parola, con alla fine commenti del tipo “mi è piaciuto più quello…”, “è stato più bravo quell’altro quando…”, ecc. Certo che se penso, oggi, a ciò che si è detto durante quelle serate, in tutta sincerità devo dire che mi è rimasto ben poco. Come se si fosse parlato di “troppo”, e nessuna parola avesse avuto tempo, da sola, di essere metabolizzata: accade proprio così, invece.

Ma in fin dei conti mi va bene lo stesso, perché se da tutte quelle ore di trasmissione è scaturita anche una sola riflessione, di un solo istante, allora ne è valsa la pena.
Penso solo che, con tutte quelle parole profonde, con tutte quelle analisi del pensiero, e, principalmente, con tutti quei milioni di telespettatori, allora, da domani (che è già oggi) l’Italia dovrebbe essere un paese migliore.
Devo credere di sì.
Nonostante questo, però, in quelle stesse ore altre persone pensavano a fare di semplici bombole di gas ordigni di morte.
Mi rimane la speranza, allora, che la detonazione delle parole, come quelle ascoltate l’altra sera, distrugga l’indifferenza che alligna nelle nostre menti.
…
Che frase d’effetto come chiusura: siamo in tema di parole, no? Ma vorrei cancellarla, quella frase. Ché temo che l’apprezzamento della metafora, o dell’enfasi stilistica (qualora ci sia e qualcuno la riscontri) abbia la meglio sul contenuto.
E non vorrei.
Perché stiamo parlando dell’importanza delle parole.

martedì 22 maggio 2012

Uno sguardo

"Ma com'era Melissa?"
Immancabile, come lo sdegno che segue un'atrocità come quella accaduta alla scuola "Morvillo Falcone" di Brindisi, immancabile la domanda della giornalista: "ma com'era Melissa?"
Era una domanda della quale la giornalista conosceva già la risposta, una risposta fatta di parole spezzate per l'emozione, di occhi lucidi, di pensieri interrotti dal dolore.
Alla giornalista non interessava la risposta, ma l'effetto che quella risposta avrebbe avuto su di noi, la risonanza che avrebbe avuto il suo servizio grazie a quelle lacrime.
Ho inserito una foto della ragazza, di Melissa, in questo post.
Devo essere sincero, mi è sembrato di violare una certa intimità, di riportare qualcosa che non era mio, che non mi riguardava.
Ma quello sguardo che non richiede commenti, con la mano che copre il volto dimostrando di quanto gli occhi, da soli, possano 'parlare', beh, credo che uno sguardo così non richieda alcuna domanda.
Solo uno sguardo.

marilyn

Sfogliando l'allegato di un quotidiano ho visto un servizio su Marilyn Monroe.
Nei tempi della scuola in camera avevo suoi poster attaccati al muro. La guardavo. Il suo sorriso, le luci sul suo corpo…
Lo so, è una bellezza scontata, ma sono cresciuto con quel volto, con quel sorriso.
Poi l'articolo dell'altro giorno.
Si parlava di voler fare luce sulla sua morte. Il fatto è che ne hanno fatta troppa di luce, pubblicando una foto che la ritrae stesa sul lettino dell'obitorio, pronta per l'autopsia. In primissimo piano il suo volto, disfatto, l'espressione atroce di un cadavere prossimo alla decomposizione, la pelle aggredita da rughe che, senza alcuna decenza, hanno sottratto ogni fascino, i capelli che mantengono il loro chiarore, ma, come se fossero sporchi e unti, tirati all'indietro per far vedere meglio la peggiore bruttezza della morte.
Mi chiedo che senso ha avuto pubblicare quella foto.
Cerco di rimuoverla.

Mantenendo in mente quella bellezza che ha accompagnato la mia giovinezza.
Hanno tentato di soffiare sulla candela, per spegnerla.
Forse la bellezza è più forte della miseria umana.