giovedì 19 luglio 2012

DFW e la "Rapidità" di Calvino…

Henri Cartier-Bresson
Quando ero piccolo e il televisore era in bianco e nero (ahimé, immaginate l’età…) mia madre a volte diceva “L’ha detto il televisore” per spiegare a mio padre il perché stava facendo una determinata cosa. Mio padre non la prendeva bene e rispondeva nervosamente, facendo notare l'insensatezza di quella frase. Non perché dubitasse delle verità del televisore – anche lui ne era soggiogato –, ma solo perché vedeva la sua autorità di capofamiglia soppiantata da qualcun altro (o qualcos’altro). Cosa c’entra questo? Un po’ di pazienza.

Rapidità, allora. Quella di Italo Calvino. O perlomeno una mia idea della sua Rapidità.

Parlare di Rapidità a proposito della scrittura di David Foster Wallace può sembrare un azzardo. Chi avesse tra le mani le 1200 pagine di Infinite Jest e intendesse per Rapidità una certa brevità del racconto e velocità nella narrazione, probabilmente penserebbe che si tratta di un'evidente forzatura del ragionamento.
Costui, però, molto più probabilmente non ha letto con attenzione Italo Calvino.
Henri Cartier-Bresson • Berlino 1962

A proposito: gli spunti di questi post nascono dalla lettura del saggio di Carlotta Susca, "David Foster Wallace nella Casa Stregata". Devo dire, a questo punto – visto che è il secondo post in cui ne parlo –, che il saggio non è basato unicamente sul parallelismo Wallace/Calvino (c'è molto altro, le pagine sulle proposte di Calvino sono appena 14 su 200); ma rimango sempre affascinato ogni qual volta si chiama in causa lo scrittore italiano.

Prima di scrivere questo post ho fatto una ricerca in rete (ne faccio poche, in genere si tratta solo di soddisfare curiosità) digitando “rapidità calvino”. I primi link mi rimandavano a blog (è inutile riportare quali, potete fare da voi la stessa ricerca) in cui il curatore, dopo aver riportato le proposte di Calvino, aggiungeva che lo scrittore era stato premonitore, che non aveva fatto altro che individuare le caratteristiche che in futuro avrebbe avuto il web. Ho sorriso. Non per quanto avevo letto. Ho sorriso pensando alla rete. E a quanti limiti abbia, nonostante tutto.

Ho sorriso anche quando ho letto le osservazioni di Carlotta Susca nel suo saggio, quando scrive che “la concisione non è esclusiva dei testi brevi ed è piuttosto la caratteristica di una scrittura in cui tutto sia funzionale e pertinente”. Ho sorriso, compiaciuto questa volta, perché in poche parole non solo l’autrice ha puntualizzato il pensiero di Calvino ma ha anche “giustificato” il perché si possa accostare la Rapidità a un romanzo di 1200 pagine. Probabilmente il riferimento di Carlotta Susca sulla rapidità in DFW poteva anche finire qui; ma l’autrice ha voluto ricordare che Wallace è capace anche di inappuntabili racconti brevi, riportando un racconto da “Brevi interviste con uomini schifosi”.
Henri Cartier-Bresson • Bambino che porta il quadro

Fin qui tutto ok.

Ora,… innanzitutto dico che faccio fatica a parlare solo di un concetto, quello di Rapidità, tenendolo avulso dagli altri, in quanto, come ho già scritto, credo, c’è molta commistione tra le cinque proposte di Calvino. Però, il gioco è questo. Una per volta.

Carlotta Susca aggiunge che “la precisione grammaticale di Wallace contribuisce a ottenere questo risultato” (quello di Rapididità). Credo, piuttosto, che questo genere di precisione di Wallace sia riconducibile più con l’Esattezza – di cui, forse, scriverò un giorno – che con la Rapidità.

Invece intravedo ulteriori riflessioni da fare in proposito.

L’idea di Calvino di Rapidità è tanto lontano da un’immediatezza pratica della scrittura da fargli specificare che essa si rafforza con la iterazione e la digressione. Mi piacerebbe parlarne più in generale, ma devo attenermi a DFW (per non sviare troppo dal post). L’iterazione a cui si riferisce Calvino è nel lessico, nella costruzione stessa di una frase o di una situazione (Calvino parla proprio di infantile piacere delle iterazioni). Non è facile ritrovare in Wallace la iterazione a cui pensava Calvino. Magari un'iterazione può esserci, ma non evidente, più sofisticata, dove le storie vengono "spezzettate" e riproposte, intrecciate l'una a l'altra, rinnovando nel lettore l'interesse per il racconto.

Sulle digressioni, invece, c'è una definizione particolarmente adatta alla scrittura di DFW, quasi Calvino l’avesse scritta appositamente per lui: “la rapidità dello stile e del pensiero vuol dire soprattutto agilità, mobilità, disinvoltura, tutte qualità che s’accordano con una scrittura pronta alle divagazioni, a saltare da un argomento all’altro, a perdere il filo cento volte e a ritrovarlo dopo cento giravolte.”

Quindi, se addirittura una digressione viene considerata come esempio di Rapidità, dove siamo finiti? A cosa ricondurre la Rapidità? Penso alla precisione, ma non quella grammaticale. È la precisione della pagina, del periodo, della frase, della parola, tutte cose che solo dopo attenta e ponderata analisi risultano essere insostituibili e perfettamente aderenti a un esatto pensiero. È questo il lavoro da fare. È un qualcosa che ha a che fare con le tecniche pure di scrittura. Forse è proprio una lezione di scrittura. E Calvino detta il modo in cui una narrazione deve rispettare certe regole, che, nel caso della Rapidità, è quella di puntare all'essenziale, compatibilmente con ciò che si vuol dire; che poi la brevità si tamuti in una parola, un rigo, una frase, una pagina o un'intera digressione questo non ha alcuna importanza.
Henri Cartier-Bresson • Messico 1964

Faccio un esempio.
Penso a “Piccoli animali senza espressione”. Un racconto di DFW.
In uno studio televisivo si produce uno spettacolo a quiz. C’è una concorrente, che vince da tempo. Tutti gli addetti si interrogano su come sfruttare al meglio lo show. Lei vive un rapporto con la regista del programma.
Non è sulla trama che voglio soffermarmi, ma sull’uso di una parola. Esattamente una sola parola. È uno dei motivi per cui ho particolarmente apprezzato questo racconto.
In un paio di situazioni alcuni addetti al programma (non hanno importanza i loro nomi) si ritrovano in una stanza con un televisore acceso. I dialoghi sono intervallati da brevissime descrizioni di gesti. Alle parole di ognuno segue un “dice Dee, facendo tintinnare…” oppure “dice Muffy…”
Wallace a ogni frase proveniente dal televisore, aggiunge “dice la televisione” o addirittura, se si tratta di una domanda, “chiede il televisore”. Ora, per uno attento alle parole come DFW, scrivere “dice il televisore” (come faceva mia madre, ricordate?) è quanto di più sbagliato ci sia, perché un televisore non “dice”, e non “chiede”. Ma può uno scrittore che scrive “Nell’impallidire, la sabbia si assesta e sibila” (frase che la si può riportare come una poesia a sé), oppure “Lunghi periodi di tempo adesso iniziano a sembrarmi come quegli intimi, angosciosi intervalli fra il momento in cui qualcosa cade e quello in cui si schianta a terra”? Può, uno scrittore così, essersi sbrigato con un “dice” per descrivere la voce proveniente dal televisore? Non può. (Le frasi sono tratte da altri racconti di Wallace che non siano Infinite Jest; l’analisi di questo libro è particolarmente efficace nel saggio di Carlotta Susca).

Dicevo, la scelta di quel “dice” deve essere durata forse più della stesura dell’intera pagina. Quel verbo esprime la sintesi esatta di un pensiero del tipo nella stessa stanza, dal televisore acceso arrivava una voce che, nel silenzio, la si poteva confondere come la presenza di qualcun altro, un “essere” presente tanto quanto un umano; oppure erano le parole degli umani a confondersi con quelle più indifferenti della televisione. (non vorrei aver rovinato alcune citazioni di Wallace con queste mie parole, ma ho scritto solo ciò che “ho letto” in quel “dice”). Questa assimilazione della televisione all’essere umano – o il contrario – trova una sua esemplare sintesi, perfettamente in linea col ritmo del romanzo, con quel “dice la televisione” (perché Calvino, a proposito di Rapidità, scrive che “i difetti del narratore maldestro sono soprattutto offese al ritmo”). E il ritmo di quel racconto non richiedeva di più.
Henri Cartier-Bresson • Il muro di Berlino

Comunque, vi ho sottoposto solo alcune mie impressioni avute durante la lettura, e suscettibili pertanto di essere soggette a critiche, o ampliate o riviste alla luce di ciò che, vuoi per tempo, vuoi per mancanza di acume, ho tralasciato. In ogni caso avrei voluto fare anche esempi in cui un'intera pagina è la sintesi di una sola parola (sembra un po' borgesiano come concetto ma credo che il nocciola del tema sia questo).

A proposito sempre di Rapidità, va detto che c’è un passaggio nelle “Lezioni americane” di Calvino che mi sembra meriti particolare attenzione, a proposito di Wallace. Scrive Calvino, “In un’epoca i cui altri media e di estesissimo raggio trionfano, e rischiano di appiattire ogni comunicazione in una crosta uniforme e omogenea, la funzione della letteratura è la comunicazione tra ciò che è diverso in quanto è diverso, non ottundendone bensì esaltandone la differenza, secondo la vocazione propria del linguaggio scritto.”
Questo passaggio mi fa pensare che sia in Calvino che in Wallace ci sia la stessa forma di resistenza, e nello stesso tempo di attenzione, ai “nuovi” media, e quella tensione nel voler usare la letteratura come roccaforte su cui resistere.

A proposito: nel precedente post sulla Leggerezza ho dimenticato un passaggio, un paradigma la cui bellezza e perfezione evidenzia la somigliante sensibilità tra DFW e Calvino (ma Wallace ha mai detto di apprezzare Calvino?). Si tratta di un pensiero che mi piace riportare perché rafforza la “lettura” che ho già dato al significato di Leggerezza. Dice Wallace (non la televisione…) in un’intervista “La buona letteratura può avere una visione del mondo cupa quanto vogliamo, ma troverà sempre un modo sia per raffigurare il mondo sia per mettere in luce le possibilità di abitarlo in maniera viva e umana”. Di abitarlo in maniera viva e umana: mi sembra di essere sempre più vicino al concetto di Leggerezza.

(p.s.: le foto sono tutte di Henri Cartier-Bresson; ho l'impressione che colgano esattamente il concetto di rapidità, perché vedo un'infinità di storie raccontate attraverso un singolo istante).

lunedì 16 luglio 2012

DFW e la "Leggerezza" di Calvino…

Ho terminato di leggere "David Foster Wallace nella Casa Stregata" di Carlotta Susca. Ho assistito a due presentazioni del libro (una per scelta, l'altra perché a due passi da casa). Non ce ne sarà una terza. Voglio dire, di presentazioni sono convinto (e spero per l'autrice) che ce ne siano molte altre, ma per me due possono bastare. E poi, non vorrei passare per un fan di una fan di DFW (e caso mai ci fosse un fan di questo blog, immaginare a un fan di un fan di una fan di DFW ricondurrebbe a una spirale frattalica il cui significato è annidato tra le pagine del saggio (per cui, chi volesse saperne di più…)

Come si dice? "il libro scorre, si fa leggere, lo si legge in un giorno…" Beh, non è quello che direi per il libro di Carlotta Susca. Anzi, non lo direi per nessun libro, perché un "libro che scorre" è un libro che non induce a rileggere alcuni passaggi, a farti riflettere su alcune osservazioni, e queste sono tutte cose che dilatano piacevolmente il tempo della lettura, almeno per l'idea che io ho di lettura. Con questo non voglio dire che sia un libro complesso, la cui cripticità dei contenuti obbliga a ritmi più lenti. Dico solo che le idee espresse, per quanto confinate a un autore specifico, concedono inaspettati spazi al pensiero. Se non avete letto Infinite Jest non è un problema: potrete comunque capire a fondo DFW. E se proprio non vi interessa DFW questo saggio è un utile strumento per esplorare la scrittura… come dire… contemporanea. Altri motivi per leggerlo?
Carlotta Susca e Michele Casella a Polignano

L'interessante analisi della scrittura di DFW alla luce delle "proposte" di Italo Calvino, ad esempio.
L'autrice cerca, e trova, in DFW quelle caratteristica che la letteratura, scriveva Calvino nelle "Lezioni americane", deve portare con sé nel prossimo millennio (il saggio di Calvino fu scritto nel 1985).

La prima caratteristica è la Leggerezza.

È necessaria una premessa: le osservazioni che seguono vanno ovviamente affiancate a quelle dell'autrice e non sovrapposte, in quanto l'analisi che Carlotta Susca fa nel suo saggio parte da un'accezione che lo stesso Calvino dà all'idea di Leggerezza e, pertanto, rimane un'analisi perfettamente condivisibile.

Italo Calvino

Inizio col chiedermi che altra interpretazione dare alla Leggerezza a cui pensa Calvino. Nelle "Lezioni americane" Calvino discorre delle sue proposte senza mai dare per ognuna un'interpretazione univoca. Carica (ma non appesantisce) la lettura del suo saggio di continui e incalzanti riferimenti letterari, di metafore di ogni genere (essenzialmente tratte dai classici), cercando di definire meglio ogni sua "proposta" nel tentativo di ridurne la sfocatura iniziale, lavorando per approssimazioni successive, e avvicinando il lettore a un pensiero che sfugge a qualsiasi rigido schematismo. Prova ne è il fatto che nel saggio ci sono intrecci tra una proposta e l'altra, come se l'argomentazione fosse unica e la suddivisione in capitoli – denominati ognuno con un sostantivo – fosse solo un espediente per "schematizzare" ciò che invece sfugge a ogni schematizzazione.

Comunque sia, parlavamo di Leggerezza.
Calvino vede nella letteratura una "funzione esistenziale, la ricerca della leggerezza come reazione al peso di vivere". A parte le tante immagini rievocate per chiarire il concetto di Leggerezza (Perseo e la testa della Medusa, il salto di Cavalcanti, la luna di Leopardi,…), ce n'è una che mi torna alla mente ogni volta che rileggo questa "proposta" di Calvino. Si tratta del fin troppo noto finale del suo libro "Le città invisibili", quando Marco Polo, parlando dell'inferno dei viventi, conclude che, per non soffrirne, bisogna "cercare e saper riconoscere chi o cosa, in mezzo all'inferno, inferno non è, e farlo durare, e dargli spazio". Un peso, l'inferno dei viventi, e una Leggerezza, far vivere e dar spazio a ciò che inferno non è. Quella frase così… perfetta, messa come chiusa del libro, mi sembra che riconduca in maniera quasi didascalica a questo tema.
Shakespeare

Ma c'è un passaggio sulla Leggerezza che fa riflettere. Per Calvino "in Shakespeare si può trovare l'esemplificazione più ricca" del tema. E cita allora la fantasmagoria del Dream: "noi siamo fatti della stessa sostanza dei sogni." Se questa è la più ricca esemplificazione della Leggerezza merita, allora, una certa attenzione.
Se per sogno intendiamo un qualcosa che si desidera ardentemente (sul verbo "desiderare" mi sono soffermato, in maniera frivola, in un altro post), allora ho l'impressione di aver sfiorato, ma solo sfiorato, un significato che sembrava ogni volta sfuggirmi.

C'è un'interessante intervista del 1994, a Remo Bodei. Il filosofo sardo, a proposito di Ernst Bloch e della sua opera "Il principio della speranza" osserva che "A Shakespeare, che si chiedeva di quale materia fossero fatti i sogni, Bloch risponderebbe che la materia di cui sono fatti i sogni è appunto la speranza."

La dea Spes
Sogno / desiderio / speranza mi sembrano, allora, tre settori concentrici di un bersaglio, sempre più prossimi al centro del significato di Leggerezza.
Proviamo, però, per astrazione a porre il concetto di speranza al centro di questo ipotetico bersaglio. Vista così, è come se la letteratura avesse bisogno di speranza/leggerezza per sostenere il peso della vita. Sotto questo aspetto il finale de "Le città invisibili" appare con una luce diversa, non nuova, ma diversa.

Ma dovevo parlare di DFW e non solo di Calvino.
Per la lettura – tutta personale, naturalmente – che ho dato di Leggerezza, la mia impressione è che in David Foster Wallace questa caratteristica risulti traslata in un altro piano, meno visibile di altri, e tutto in una narrazione in cui, tuttavia, la possibilità che lo scrittore offre di capire la nostra società può essere anch'essa  ricondotta, in un certo qual modo, alla speranza/Leggerezza. Ma, a parte questo – che, a ben guardare, non è affatto poco –, lo scrittore Wallace, non concede altro, non offre soluzioni, né scappatoie, né strade. Forse poche speranze.

E poi ci sarebbe la Rapidità. La seconda proposta di Calvino.
In un altro momento, però…

domenica 15 luglio 2012

Arte e parole… Otto Dix

Otto Dix, "I sette peccati capitali", 1933.
Il programma è ArtNews, la voce è di Roberto Pedicini.

lunedì 9 luglio 2012

Esperienza postmoderna…

Se per un problema tecnico di connessione alla rete chiami il tuo gestore di telefonia puoi accorgerti quanto realmente (realmente?) possa esistere un mondo virtuale.
Ho fatto un contratto di telefonia per l'adsl non so con chi (conosco il nome della compagnia ma non ho mai visto né sede né dipendenti), firmandolo soltanto io. Un contratto prevede almeno due parti, e in quello che ho firmato io sono una di queste, ma l'altra parte esiste perché io credo che esista e perché alcune prove materiali, tra cui la pubblicità, solo indirettamente me lo dimostrano.

Comunque sia, si dà corso al contratto e qualcuno, o qualcosa, insomma un'entità non meglio definita mi consente di connettermi alla rete. Poi qualcosa non funziona. Un problema tecnico, mi dice al telefono Valerio che corrisponde solo a una voce e alla chiamata identificata col codice vu73pq9, un problema per il quale mi chiede di pazientare per pochi giorni. Quattro. Sembrano molto esatti, nelle spiegazioni, e questa esattezza mi fa sentire soddisfatto e in buone mani.

Poi i quattro giorni diventano cinque dieci, e io parlo prima con Antonello/uv56ol8 e poi con Sandra/tv29ud6 e tutti mi dicono che solleciteranno l'intervento. Ma quando i giorni diventano quindici venti, dopo aver parlato con Carla/ju43ow8 che mi ripete le stesse cose di… allora perdo proprio la pazienza con Paolo/vl57ks3, al quale chiedo di sapere con maggiore esattezza a chi solleciteranno l'intervento. Ai tecnici, risponde senza esitare, ma se provo a chiedere di parlare io direttamente con i tecnici mi dice che non è possibile, che la procedura non lo prevede, che loro possono solo inoltrare il sollecito e nient'altro. Ma siccome il mio lavoro è bloccato e sono disperato chiedo di parlare con un superiore, con un ufficio, con un responsabile, insomma non solo con un nome e un numero (è possibile, a questo punto, che con la chiamata denominata "Paolo" io stia parlando con l'operatore vl57ks3).
Non c'è verso, però, di arrivare a niente e a nessuno. Faccio presente allora che è una posizione sbilanciata, che voi/loro (non so più quale pronome usare… ma serve davvero un pronome?) conoscono tutto di me, a chi scrivo, cosa scrivo, quali pagine apro, in quali istanti della giornata, le mie abitudini, i miei consumi, le mie letture, le mie idee, e io non so nemmeno se esista un responsabile tecnico. Ma l'avatar mi ripete, con tono distaccato, che non può fare di più. In quello stesso istante capisco realmente cosa c'è di virtuale nella rete. Quando chiudo il telefono mi sembra/credo/ho l'impressione di non aver mai parlato con nessuno. Non mi resta che attendere. Non ho che da arrendermi. A chi o a cosa non ha importanza. Qualcuno prima o poi riparerà il guasto. Qualcuno o qualcosa.
Don DeLillo

Mi sembra una fortuna non avere l'adsl a casa, perché capisco che questa mancanza, almeno lì, non metterà a rischio quella parte di mondo nella quale c'è ancora spazio per qualche residua parvenza di certezza.
Solo che a casa mi accorgo che non funziona il climatizzatore (apparecchio che mi fa credere che la giornata sia fresca quando in realtà fa un caldo insopportabile). Chiamo al telefono il tecnico che lo ha installato, ma parte la segreteria telefonica. Che sia lo stesso dell'adsl? Che ci sia una congiura di tecnici alle mie spalle? La voce cortese al telefono mi comunica che il telefono potrebbe essere… ma io parlo lo stesso, al telefono, pregando il tecnico di rispondere, lo prego come farei con Dio, non di riparare il guasto, a questo punto, ma solo di venire in soccorso della mia salute mentale. Alla fine risponde. Sembra un miracolo.

La sera, a letto, riapro "Rumore Bianco", e passo qualche ora in compagnia di Don DeLillo. Dopo una giornata così, nonostante la lettura (o grazie alla lettura) la serata sembra molto… reale.

(è tutto accaduto, tranne la storia del climatizzatore, inserita giusto per non dare una versione troppo… realistica)

giovedì 21 giugno 2012

Fiammiferi ed esplosioni…

Forse imprudentemente, e con una certa impudenza, l’aver sottolineato, in un post precedente, l'utilizzo della stessa metafora da parte di due scrittori, può essere sembrato un voler tacciare l’uno di un involontario plagio a scapito dell’altro.
Le cose non stanno così.

In letteratura c'è un continuo ritorno di concetti, idee, immagini già espresse, come… (un po’ scontata questa, ma è esattamente ciò che ho in mente) come accade con le onde, nel mare. A dirla tutta, di metafore – se non proprio di storie somiglianti – la letteratura ne è piena: tutto è già stato scritto e lo spazio per vere novità è ridotto al nulla.

Ultimamente sfogliando e rileggendo qualche pagina di Virginia Woolf, mi sono imbattuto in questo passaggio: “La grande rivelazione non era arrivata. La grande rivelazione non sarebbe mai arrivata. Al suo posto c’erano piccoli miracoli quotidiani, illuminazioni, fiammiferi accesi inaspettatamente nel buio…”

Virginia Woolf


Questo può essere un concetto sublime, a voler azzardare un significato al senso della vita, e comunque coglie un qualcosa che gli è molto vicino. È naturale, allora, che una tale immagine possa essere stata riproposta con sfumature diverse.

Elizabeth Strout

Penso a un altro libro, “Olive Kitteridge” di Elizabeth Strout. È un libro che in un primo momento avevo abbandonato. Poi ho capito il perché l’avevo fatto. Per apprezzarlo, non puoi leggerlo in qualsiasi momento della vita. Quando il tempo segue regole che ti sfuggono e ciò che ti accade appesantisce le idee, be’… quello non è il momento giusto per leggere “Olive Kitteridge”. Per altri può accadere il contrario, ma per me è stato così.  Comunque, la leggerezza nei tredici capitoli del libro (racconti, più che capitoli, perché se ne potrebbe leggere anche uno a sé) è tale che la quotidianità viene rivestita di piaceri sconosciuti, o solo dimenticati. Non c’è niente nel romanzo che abbia una reale importanza, eppure tutto, anche la situazione o il momento più insignificante, finisce per esserlo. Non volevo parlare del libro, però.
C’era quel pensiero della Wolf, in sospeso…


La Strout scrive “Il parere personale di Olive è che la vita si basi su quelle che lei considera “grosse esplosioni” e “piccole esplosioni”. Le grosse esplosioni sono il matrimonio, i figli, gli amici intimi che ci tengono a galla, ma queste cose nascondono correnti invisibili e pericolose. Ecco perché si ha bisogno anche delle piccole esplosioni: un commesso amichevole da Bradlee’s, per esempio, oppure la cameriera del Dunkin’ Donuts, che sa come vuoi il caffè. Sono faccende complicate, davvero.”

I piccoli miracoli quotidiani, i fiammiferi accesi inaspettatamente nel buio della Wolf, con la Strout assumono caratteri più precisi, ben identificati, ma mantengono metaforicamente lo stesso simbolismo: piccole esplosioni/fiammiferi accesi. La “grande rivelazione” per la Wolf è proprio la risposta alla domanda Qual è il significato della vita? (testualmente la riporto da “Gita al faro”). Per lei la risposta non arriverà mai. La Strout, invece, azzarda una risposta, osservando il quotidiano, la realtà, ma soprattutto senza porsi, almeno in apparenza, quella domanda…

Sullo stesso pensiero, e con nuuove sfumature, aspetto la prossima onda, ora.

sabato 16 giugno 2012

Una cosa divertente…


PROFILO 1 

Ieri sono stato a un incontro in cui si è parlato di David Foster Wallace. C’erano cinque ragazzi a presentarlo. Anzi, una ragazza e quattro ragazzi, per l'esattezza. Bisogna essere precisi. Il nome del locale in cui si è svolto l'incontro è “Al Visconti”. Non lo conoscevo. Ci sono capitato per caso. Mi sono fermato vicino l'ingresso ad ascoltarli. Mi sono fermato perché non avevo altro da fare, nel senso che non avevo di meglio da fare. I ragazzi hanno parlato di post-moderno e new-realism, e di altro, facendo sfoggio del loro “sapere” con vaghe e inutili speculazioni di ogni genere. Ho capito ben poco di ciò che hanno detto. Mi son chiesto quanto aumentino le vendite di birre e panini, in serate come quelle. Mi sono augurato che tutti quei ragazzi siano già impegnati in un lavoro, un lavoro serio, perché sennò… quanto spreco di energie e di tempo da parte loro… Non si campa con i libri, non si campa con la filosofia, lo dicono le statistiche. E le statistiche non sbagliano mai. Quando sono tornato a casa avevo già dimenticato tutto, per fortuna. Ho fatto il mio solito giro su internet, ciccato su dieci/quindici mi pace, e a letto poi ho visto un po' la tv. Alla fine ho spento la luce e ho dormito.


PROFILO 2

Ieri ho fatto con l'auto 30 chilometri di corsa per arrivare in tempo, a Bari, e poter seguire un incontro su David Foster Wallace. Ero in ritardo, e l’imbarazzo di entrare in un locale già colmo di gente mi stava facendo desistere dall’idea.

Permesso, mi scusi.

Riesco a trovare uno spazio proprio nei pressi dell’ingresso. C’è un tipo accanto a me. Da qui posso vedere meglio chi conduce l'incontro.
Un ragazzo col pizzetto nero sta parlando. Devo entrare nel suo ragionamento. Mi sforzo di farlo. In breve ci riesco. Dopo di lui con la stessa attenzione seguo ciò che dice un ragazzo che mentre parla sorride, e, ancora, una ragazza che tenta di mettere entrambe le gambe sulla sedia – ma di lei mi colpisce la convinzione delle sue parole –, e poi un ragazzo con una maglietta nera – capisco che è uno scrittore da cosa si dice di lui –, e infine un ragazzo che, rimasto fino ad allora in silenzio, in attesa, legge qualche rigo di DFW.

Non ho cercato di capire cosa dicessero. quei tasti non in linea… usciranno mai delle note? Ho cercato solo di ascoltarli. un rumore metallico mi distrae, dei bracciali che urtano, appartengono a una donna, rimane solo il colore di un rossetto E li ho ascoltati così attentamente che anche quando sono andato via, in auto, al ritorno, senza la fretta dell’andata, il tragitto l’ho fatto in loro compagnia.
E non so, ma… ho cercato di vedere la città, la gente, le luci, e l’aria, tutto come se fosse… acqua.
A casa ho rispolverato i libri che ho di DFW. Ho riletto alcuni passaggi, appuntati a bordo pagina. Penso a quei ragazzi, a quello che sorride mentre parla, alla ragazza che tiene le gambe sulla sedia… So che la ragazza (il suo nome è Carlotta Susca) presenterà un suo libro alla Feltrinelli il 19 giugno. Un libro proprio su DFW. Cercherò di esserci. Sceglierò di esserci. Perché "ogni giorno sono costretto a compiere una serie di scelte su cosa è bene o importante o divertente, e poi devo convivere con l'esclusione di tutte le altre possibilità che quelle scelte mi precludono… (DFW)"
Mi addormento. Con la luce accesa.

mercoledì 13 giugno 2012

Non odio gli indifferenti…

Vuoi perché morto da poco, vuoi perché so che alcuni “amici” sconosciuti (nei tempi della rete questo è un ossimoro ormai da accettare) stanno organizzando un incontro su di lui a Bari, ma in questi giorni la mia attenzione su Ray Bradbury – e su “Fahrenheit 451” – si è rinvigorita.

Ne ho già parlato a proposito delle “verande” (se vi va c’è un post in cui se ne parla). Ma c’è un’altra cosa che ho in mente. Ci vorrei arrivare seguendo una strada un po’… tortuosa, però, ma ci dovrei arrivare (almeno lo spero, per voi, nel senso che spero non perdiate la pazienza…)
Ci provo, allora.

Tempo addietro in più occasioni mi è capitato di ascoltare dei riferimenti a un saggio di Antonio Gramsci, “Odio gli indifferenti”, edito da Chiarelettere. Lo hanno fatto, tra gli altri, anche Nichi Vendola e Gianrico Carofiglio, citando passaggi di questo saggio che, vuoi anche solo per il titolo, garantivano una certa presa sull’ascoltatore e un facile consenso di pubblico. Abile scelta mediatica.
Ma… Non ho intenzione di parlare di Gramsci, né delle sue lettere, ma solo della manipolazione e alterazione del senso delle parole (Carofiglio ha scritto anche un saggio "La manomissione delle parole", edito da Rizzoli; non l'ho letto, spero che il contenuto abbia analizzato a fondo anche il titolo della lettera di Gramsci…).
E vorrei fare anche una precisazione. A difesa degli indifferenti.

Quanta arroganza e intolleranza e violenza vedo in quel titolo…
Mi stupisce l’uso superficiale che, citandola, ne è stato fatto, e se ne continua a fare. In quella lettera, “Odio gli indifferenti”, punto di partenza di Gramsci è la contrapposizione tra indifferenza e partigianeria. Pertanto, l’indifferenza di cui si parla è di natura unicamente politica. Ma chi erano realmente quegli indifferenti? Mi chiedo se, durante il fascismo, l’apatia politica di molti, più che appartenere alla loro natura non fu indotta da altro.

I regimi in Italia e in Germania in quegli anni capirono fin troppo bene l’uso che si poteva fare dell’informazione per dominare le masse. Con l’informazione – una certa informazione – si poteva occultare la realtà, o darne la rappresentazione più utile al regime.
Quanta libertà di pensiero c’è in un mondo così? Quanto viene meno un libero arbitrio?
Dicono che anche nell’ultimo ventennio, in Italia, sia accaduto lo stesso, ma in maniera molto più sottile, evoluta. Dicono. Ma, riprendiamo il filo.

Viene da chiedersi se in quegli anni l’indifferenza, più che la causa, non sia stata la condizione a cui le masse dovevano arrendersi, perdendo ogni strumento che consentisse loro di discernere cosa è male da cosa è bene. Inconsapevoli, inebetiti dall’informazione, si finisce per precipitare nell’indifferenza. Ma hanno davvero “colpa” questi “indifferenti”?

Ecco perché Bradbury. È la stessa atmosfera d’indifferenza che opprime la città di Montag, il vigile del fuoco di “Fahrenheit 451”. Tutti indifferenti a tutto, gente che non deve pensare, non deve ragionare, non deve scegliere, in un progetto di società voluto da un governo che fa dei libri, oggetti colpevoli di indurre al pensiero, dei nemici da bruciare.

(foto di Alessandro Tiberi ©)

Il fatto è che in politica è così maledettamente difficile parlare di indifferenza, perché a guardare la Storia con occhio distante – ma più attento – per taluni personaggi sarebbe stato meglio se fossero rimasti indifferenti invece che essere fautori di qualsiasi totalitarismo.
Io non odio gli indifferenti, perché nel verbo odiare vedo micce che rischiano di far esplodere gesti inauditi di violenza e intolleranza. Io non sopporto l’indifferenza, invece. Non sopporto l’indifferenza verso un barbone che muore per strada, o l’assuefazione alle immagini di fame e di miseria, o l’apatia del vivere, o l’indifferenza per la solitudine. Un indifferente andrebbe scosso dal suo torpore invece che odiato. Un po' come nel libro di Bradbury fa Clarisse con Montag.

Se mai ci fosse un fondo di verità in queste parole e qualora giungessero all’attenzione di un politico o di uno scrittore, vorrei che fossero più cauti nell’uso delle parole. Dovrebbero già saperlo, loro.