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giovedì 18 ottobre 2012

Regole in poesia? Sì, no…


Da poche settimane è ripreso il palinsesto invernale delle trasmissioni e finalmente posso tornare alle mie (sane?) abitudini serali.
Accendo il televisore e prendo un libro tra le mani. Non è necessario guardare lo schermo (sarebbe abbastanza stupido da parte mia fissare per due o tre ore una superficie nera: sono soglie di pazzia non ancora raggiunte). Non è necessario perché il mio apparecchio lo uso come un radio-televisore, ormai. E il palinsesto a cui mi riferisco è quello radiofonico.
A parte qualche uscita serale in compagnia, o qualche film (che, accuratamente selezionato, vedo non appena posso), ci sono due trasmissioni che fanno da sottofondo alle mie serate. Una è su Radio 2. Si tratta di "Rai Tunes". L’invidiabile voce del conduttore, Alessio Bertallot, ti accompagna tra musiche, interviste, letture di brani letterari (Furore, Moby Dick, ecc.) con una discrezione notturna da consentirti di leggere qualsiasi cosa, nel frattempo.

A mezzanotte si cambia stazione. Su Radio Capital per un’ora mandano in onda “Parole e Note” (la ragione per cui scrivo questo post). A dire il vero questo programma non segue una programmazione precisa, ma questo non importa.
Musiche, poesie, brevi biografie di poeti, romanzieri… Tutto, però, ruota intorno alla poesia. Puntualmente, sia nel corso di ogni trasmissione che in apertura, vengono riproposti alcuni dialoghi tra John Keats e la sua Fanny, tratti dal film “Bright Star” (http://www.mymovies.it/film/2009/brightstar/)  (vedetelo, se non lo avete ancora visto).
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Keats: “Se la poesia non nasce naturalmente come le foglie di un albero allora è meglio che non nasca affatto.”

Oppure

Fanny: “Ancora non so come comprendere una poesia…
Keats: “Una poesia deve essere compresa attraverso i sensi: lo scopo di tuffarsi in un lago non è di nuotare immediatamente a riva, ma restare nel lago, assaporare la sensazione dell'acqua. Non si comprende il lago, è un'esperienza al di là del pensiero. La poesia lenisce l'animo e lo incita ad accettare il mistero.”
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Fin qui tutto ok, e, forse, tutti d’accordo. Poi, però, mi tornano in mente le parole di Valerio Magrelli alla trasmissione di Fazio e Saviano, “Quello che (non) ho”. (http://youtu.be/SThH_0B1bcI?t=16s)
(ascoltare una trasmissione radiofonica e per un attimo ricordarsi con una certa precisione del passaggio di una trasmissione televisiva di mesi prima tratteggia uno stato mentale di cui, forse, dovrei preoccuparmi. Ma vi giuro che è andata proprio così. E, stupidamente, i ricordi diventano epifanici momenti.)
Magrelli, allora.
Magrelli diceva che prima di iniziare a parlare o a scrivere o a leggere di poesia bisogna studiarla, bisogna andarsi a comprare un manuale in cui siano esposte le regole, oppure bisognerebbe iscriversi a un corso universitario specifico. (Quanto è irritante sentire certe…)

Sembra esserci una profonda contraddizione tra la riflessione di Keats e l’invito di Magrelli. Qualcosa non quadra.
Immagino che tutti quelli che si dedicano alla poesia nel loro privato – ognuno col suo libricino, coi propri versi –, trovino le parole di Keats come un… Vangelo, e vedano quelle di Magrelli come la spocchia di un cattedratico arroccato nella propria autorevolezza, in un mondo dove si vogliono tenere alzate barricate, a difendere fino allo stremo un sapere e un’arte riservata a pochi eletti.

Certo è affascinante, romantico immaginare un poeta che, preso da folgorante ispirazione, compone versi senza dar conto a nulla, se non alla sua estasi poetica.
Non credo che le cose stiano esattamente così. Non è la poesia a nascere naturalmente, ma l’ispirazione poetica, il pensiero che si vuole fissare nella forma di poesia. Poi la forma richiede attenzione, a tutto: alla scelta delle parole, alla loro disposizione, al loro suono. E anche alle regole.
Le figure retoriche nelle poesie non sono strumenti di scrittura – o regole, appunto –, ma metodologie estetiche che rafforzano emozioni, pensieri, contesti, tensione, bellezza. La loro conoscenza non è necessaria per emozionarsi nel leggere una poesia, ma probabilmente diventa indispensabile quando si vuole trasformare un pensiero in versi.
Non esiste uno scrittore, credo, che, illuminato da luce divina, o posseduto da entità sconosciute, componga versi di getto, senza alcun intervento successivo. Il tempo dedicato a un solo verso di una poesia presumo che sia di gran lunga maggiore a quello necessario per la stesura di un’intera pagina di un romanzo. C’è una sola, precisa parola per definire un esatto pensiero, e c’è un solo modo per metterle tutte insieme, le parole. È un lavoro lungo, e presuppone – oltre che sensibilità, naturalmente – anche meditazione, attenta cura nel modellare il verso in ogni sua parte.

(foto di Vittorio Longoni)
Il consiglio di Magrelli, quindi, è prezioso. Molto. Ha il difetto di essere stato espresso in maniera poco convincente. Avrebbe dovuto prestare maggiore attenzione alle parole anche in quel caso (Magrelli è un poeta, del resto…), scegliere un modo diverso per suggerire l’importanza delle regole.
Che poi, alla fine, conoscerle, le regole, diventa anche un’esperienza interessante, piacevole. Se tuffandoti in un lago (mi perdoni Keats se mi rifaccio…) dicevo, se tuffandoti in un lago qualcuno ti dicesse come sia possibile rimanere più facilmente a galla, allora godresti della bellezza del lago con maggiore piacere.

Questa storia delle regole, dunque, sembra essere vera, per la poesia. Mi chiedo come mai se ne parli poco per la narrativa. Sembra che in quest'ultimo ambito sia concesso tutto, o che attenersi alle regole voglia dire semplicemente adeguarsi alle modalità dominanti delle tecniche di scrittura (attualmente, una, ad esempio, è quella postmoderna). Magari bisognerebbe che qualcuno insegnasse altre regole, che aiutino a trasferire sul foglio emozioni invece che inchiostro, o a scrivere per il lettore piuttosto che per il mercato. In fin dei conti, si tratta di regole semplici. Tutto qui.

In ogni caso, se vi va – e soprattutto con chi vi va –, provate a trascorrere una serata così: radio accesa, un divano, un libro, qualcuno accanto. Il trascorrere del tempo viene scandito da atmosfere inaspettate.

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