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giovedì 21 giugno 2012

Fiammiferi ed esplosioni…

Forse imprudentemente, e con una certa impudenza, l’aver sottolineato, in un post precedente, l'utilizzo della stessa metafora da parte di due scrittori, può essere sembrato un voler tacciare l’uno di un involontario plagio a scapito dell’altro.
Le cose non stanno così.

In letteratura c'è un continuo ritorno di concetti, idee, immagini già espresse, come… (un po’ scontata questa, ma è esattamente ciò che ho in mente) come accade con le onde, nel mare. A dirla tutta, di metafore – se non proprio di storie somiglianti – la letteratura ne è piena: tutto è già stato scritto e lo spazio per vere novità è ridotto al nulla.

Ultimamente sfogliando e rileggendo qualche pagina di Virginia Woolf, mi sono imbattuto in questo passaggio: “La grande rivelazione non era arrivata. La grande rivelazione non sarebbe mai arrivata. Al suo posto c’erano piccoli miracoli quotidiani, illuminazioni, fiammiferi accesi inaspettatamente nel buio…

Virginia Woolf


Questo può essere un concetto sublime, a voler azzardare un significato al senso della vita, e comunque coglie un qualcosa che gli è molto vicino. È naturale, allora, che una tale immagine possa essere stata riproposta con sfumature diverse.

Elizabeth Strout

Penso a un altro libro, “Olive Kitteridge” di Elizabeth Strout. È un libro che in un primo momento avevo abbandonato. Poi ho capito il perché l’avevo fatto. Per apprezzarlo, non puoi leggerlo in qualsiasi momento della vita. Quando il tempo segue regole che ti sfuggono e ciò che ti accade appesantisce le idee, be’… quello non è il momento giusto per leggere “Olive Kitteridge”. Per altri può accadere il contrario, ma per me è stato così.  Comunque, la leggerezza nei tredici capitoli del libro (racconti, più che capitoli, perché se ne potrebbe leggere anche uno a sé) è tale che la quotidianità viene rivestita di piaceri sconosciuti, o solo dimenticati. Non c’è niente nel romanzo che abbia una reale importanza, eppure tutto, anche la situazione o il momento più insignificante, finisce per esserlo. Non volevo parlare del libro, però.
C’era quel pensiero della Wolf, in sospeso…


La Strout scrive “Il parere personale di Olive è che la vita si basi su quelle che lei considera “grosse esplosioni” e “piccole esplosioni”. Le grosse esplosioni sono il matrimonio, i figli, gli amici intimi che ci tengono a galla, ma queste cose nascondono correnti invisibili e pericolose. Ecco perché si ha bisogno anche delle piccole esplosioni: un commesso amichevole da Bradlee’s, per esempio, oppure la cameriera del Dunkin’ Donuts, che sa come vuoi il caffè. Sono faccende complicate, davvero.

I piccoli miracoli quotidiani, i fiammiferi accesi inaspettatamente nel buio della Wolf, con la Strout assumono caratteri più precisi, ben identificati, ma mantengono metaforicamente lo stesso simbolismo: piccole esplosioni/fiammiferi accesi. La “grande rivelazione” per la Wolf è proprio la risposta alla domanda Qual è il significato della vita? (testualmente la riporto da “Gita al faro”). Per lei la risposta non arriverà mai. La Strout, invece, azzarda una risposta, osservando il quotidiano, la realtà, ma soprattutto senza porsi, almeno in apparenza, quella domanda

Sullo stesso pensiero, e con nuuove sfumature, aspetto la prossima onda, ora.

sabato 16 giugno 2012

Una cosa divertente…


PROFILO 1 

Ieri sono stato a un incontro in cui si è parlato di David Foster Wallace. C’erano cinque ragazzi a presentarlo. Anzi, una ragazza e quattro ragazzi, per l'esattezza. Bisogna essere precisi. Il nome del locale in cui si è svolto l'incontro è “Al Visconti”. Non lo conoscevo. Ci sono capitato per caso. Mi sono fermato vicino l'ingresso ad ascoltarli. Mi sono fermato perché non avevo altro da fare, nel senso che non avevo di meglio da fare. I ragazzi hanno parlato di post-moderno e new-realism, e di altro, facendo sfoggio del loro “sapere” con vaghe e inutili speculazioni di ogni genere. Ho capito ben poco di ciò che hanno detto. Mi son chiesto quanto aumentino le vendite di birre e panini, in serate come quelle. Mi sono augurato che tutti quei ragazzi siano già impegnati in un lavoro, un lavoro serio, perché sennò… quanto spreco di energie e di tempo da parte loro… Non si campa con i libri, non si campa con la filosofia, lo dicono le statistiche. E le statistiche non sbagliano mai. Quando sono tornato a casa avevo già dimenticato tutto, per fortuna. Ho fatto il mio solito giro su internet, ciccato su dieci/quindici mi pace, e a letto poi ho visto un po' la tv. Alla fine ho spento la luce e ho dormito.


PROFILO 2

Ieri ho fatto con l'auto 30 chilometri di corsa per arrivare in tempo, a Bari, e poter seguire un incontro su David Foster Wallace. Ero in ritardo, e l’imbarazzo di entrare in un locale già colmo di gente mi stava facendo desistere dall’idea.

Permesso, mi scusi.

Riesco a trovare uno spazio proprio nei pressi dell’ingresso. C’è un tipo accanto a me. Da qui posso vedere meglio chi conduce l'incontro.
Un ragazzo col pizzetto nero sta parlando. Devo entrare nel suo ragionamento. Mi sforzo di farlo. In breve ci riesco. Dopo di lui con la stessa attenzione seguo ciò che dice un ragazzo che mentre parla sorride, e, ancora, una ragazza che tenta di mettere entrambe le gambe sulla sedia – ma di lei mi colpisce la convinzione delle sue parole –, e poi un ragazzo con una maglietta nera – capisco che è uno scrittore da cosa si dice di lui –, e infine un ragazzo che, rimasto fino ad allora in silenzio, in attesa, legge qualche rigo di DFW.

Non ho cercato di capire cosa dicessero. quei tasti non in linea… usciranno mai delle note? Ho cercato solo di ascoltarli. un rumore metallico mi distrae, dei bracciali che urtano, appartengono a una donna, rimane solo il colore di un rossetto E li ho ascoltati così attentamente che anche quando sono andato via, in auto, al ritorno, senza la fretta dell’andata, il tragitto l’ho fatto in loro compagnia.
E non so, ma… ho cercato di vedere la città, la gente, le luci, e l’aria, tutto come se fosse… acqua.
A casa ho rispolverato i libri che ho di DFW. Ho riletto alcuni passaggi, appuntati a bordo pagina. Penso a quei ragazzi, a quello che sorride mentre parla, alla ragazza che tiene le gambe sulla sedia… So che la ragazza (il suo nome è Carlotta Susca) presenterà un suo libro alla Feltrinelli il 19 giugno. Un libro proprio su DFW. Cercherò di esserci. Sceglierò di esserci. Perché "ogni giorno sono costretto a compiere una serie di scelte su cosa è bene o importante o divertente, e poi devo convivere con l'esclusione di tutte le altre possibilità che quelle scelte mi precludono… (DFW)"
Mi addormento. Con la luce accesa.

mercoledì 13 giugno 2012

Non odio gli indifferenti…

Vuoi perché morto da poco, vuoi perché so che alcuni “amici” sconosciuti (nei tempi della rete questo è un ossimoro ormai da accettare) stanno organizzando un incontro su di lui a Bari, ma in questi giorni la mia attenzione su Ray Bradbury – e su “Fahrenheit 451” – si è rinvigorita.

Ne ho già parlato a proposito delle “verande” (se vi va c’è un post in cui se ne parla). Ma c’è un’altra cosa che ho in mente. Ci vorrei arrivare seguendo una strada un po’… tortuosa, però, ma ci dovrei arrivare (almeno lo spero, per voi, nel senso che spero non perdiate la pazienza…)
Ci provo, allora.

Tempo addietro in più occasioni mi è capitato di ascoltare dei riferimenti a un saggio di Antonio Gramsci, “Odio gli indifferenti”, edito da Chiarelettere. Lo hanno fatto, tra gli altri, anche Nichi Vendola e Gianrico Carofiglio, citando passaggi di questo saggio che, vuoi anche solo per il titolo, garantivano una certa presa sull’ascoltatore e un facile consenso di pubblico. Abile scelta mediatica.
Ma… Non ho intenzione di parlare di Gramsci, né delle sue lettere, ma solo della manipolazione e alterazione del senso delle parole (Carofiglio ha scritto anche un saggio "La manomissione delle parole", edito da Rizzoli; non l'ho letto, spero che il contenuto abbia analizzato a fondo anche il titolo della lettera di Gramsci…).
E vorrei fare anche una precisazione. A difesa degli indifferenti.

Quanta arroganza e intolleranza e violenza vedo in quel titolo…
Mi stupisce l’uso superficiale che, citandola, ne è stato fatto, e se ne continua a fare. In quella lettera, “Odio gli indifferenti”, punto di partenza di Gramsci è la contrapposizione tra indifferenza e partigianeria. Pertanto, l’indifferenza di cui si parla è di natura unicamente politica. Ma chi erano realmente quegli indifferenti? Mi chiedo se, durante il fascismo, l’apatia politica di molti, più che appartenere alla loro natura non fu indotta da altro.

I regimi in Italia e in Germania in quegli anni capirono fin troppo bene l’uso che si poteva fare dell’informazione per dominare le masse. Con l’informazione – una certa informazione – si poteva occultare la realtà, o darne la rappresentazione più utile al regime.
Quanta libertà di pensiero c’è in un mondo così? Quanto viene meno un libero arbitrio?
Dicono che anche nell’ultimo ventennio, in Italia, sia accaduto lo stesso, ma in maniera molto più sottile, evoluta. Dicono. Ma, riprendiamo il filo.

Viene da chiedersi se in quegli anni l’indifferenza, più che la causa, non sia stata la condizione a cui le masse dovevano arrendersi, perdendo ogni strumento che consentisse loro di discernere cosa è male da cosa è bene. Inconsapevoli, inebetiti dall’informazione, si finisce per precipitare nell’indifferenza. Ma hanno davvero “colpa” questi “indifferenti”?

Ecco perché Bradbury. È la stessa atmosfera d’indifferenza che opprime la città di Montag, il vigile del fuoco di “Fahrenheit 451”. Tutti indifferenti a tutto, gente che non deve pensare, non deve ragionare, non deve scegliere, in un progetto di società voluto da un governo che fa dei libri, oggetti colpevoli di indurre al pensiero, dei nemici da bruciare.

(foto di Alessandro Tiberi ©)

Il fatto è che in politica è così maledettamente difficile parlare di indifferenza, perché a guardare la Storia con occhio distante – ma più attento – per taluni personaggi sarebbe stato meglio se fossero rimasti indifferenti invece che essere fautori di qualsiasi totalitarismo.
Io non odio gli indifferenti, perché nel verbo odiare vedo micce che rischiano di far esplodere gesti inauditi di violenza e intolleranza. Io non sopporto l’indifferenza, invece. Non sopporto l’indifferenza verso un barbone che muore per strada, o l’assuefazione alle immagini di fame e di miseria, o l’apatia del vivere, o l’indifferenza per la solitudine. Un indifferente andrebbe scosso dal suo torpore invece che odiato. Un po' come nel libro di Bradbury fa Clarisse con Montag.

Se mai ci fosse un fondo di verità in queste parole e qualora giungessero all’attenzione di un politico o di uno scrittore, vorrei che fossero più cauti nell’uso delle parole. Dovrebbero già saperlo, loro.

martedì 12 giugno 2012

lunedì 11 giugno 2012

Coelho, l'istigatore…

Ci posso scommettere. Ci posso scommettere che le libreria da domani (se non lo hanno già fatto) metteranno in bella vista il libro di Paulo Coelho "Manuale del guerriero della Luce". Funziona così: muore uno scrittore e i suoi libri ricoprono banconi e vetrine: un libro passa alla ribalta per una qualsiasi ragione ed ecco che si fa prepotentemente largo.
Così va la vita, scriverebbe Kurt Vonnegut.

Vi informo subito di due cose. Uno, Coelho non mi piace come scrittore. Due, Coelho non è morto, per fortuna. Ma per via della presenza di quel suo libro sul comodino di Giovanni Vantaggiato, il reo confesso della strage di Brindisi, di lui e di quel libro se ne farà un gran parlare nei prossimi giorni, penso.
Questo fatto di cronaca, sotto questo aspetto, non m'interesa, perché è altro che mi è venuto in mente: se avrete la solita pazienza, spero, vi dirò cos'è. Inizio solo col dirvi che davanti all'avventatezza di alcune considerazioni rimango esterrefatto.

Fabrizio Caccia, in un articolo sul "Corriere della Sera" di sabato scorso, tra i vari passaggi, riporta così il rinvenimento del libro da parte degli investigatori: "… sembra (Vantaggiato) come aver preso l'ispirazione dalle pagine dello scrittore brasiliano: «Il guerriero della luce si serve della rabbia per mostrare l'infinito valore della pace… si serve del fuoco per impartire una lezione sull'acqua… si serve della morte per mostrare l'importanza della vita…». Se ad armare il suo delirio è stato questo, oltre alla crisi economica… lo si saprà forse oggi stesso…"


Un libro, parole che armano la mano di uno squilibrato. Che responsabilità scrivere certe cose… Ha senso scrivere una frase del genere? O non è forse solo lo squilibrio mentale a distorcere l'interpretazione delle parole, ad alterarne significati per giustificare azioni che altrimenti suonerebbero come pura follia e che richiederebbero una semplice condanna, senza il bisogno di trovare vortici ambigui nella letteratura? Chi ha realmente impugnato la pistola che uccise John Lennon: Mark David Chapman o Salinger?
Se Coelho non fosse mai esistito sarebbe ancora in vita la ragazza di Brindisi? Se Salinger non fosse mai nato staremmo qui a parlare della morte di John Lennon?

Il fatto è che credo che faccia un grande effetto sulla gente pensare che un libro possa alterare una mente umana. A dire il vero io sono convinto che possa accadere. Ecco, era quello che volevo dirvi. Ma non in così poche parole.

Sono convinto che un libro sia in grado di suscitare un tale silenzioso processo dentro di noi da condizionare i nostri comportamenti, le nostre scelte. Solo che noi siamo inclini ad accorgerci che questo accade solo quando ci troviamo di fronte a cose grandi, molto grandi, e spaventose, e tremende. Vogliamo rimanere stupiti, inorriditi, sì, ma stupiti.


Mi chiedo, però, di tutti quelle banali cose quotidiane – sorrisi, parole d'affetto, aiuti, conforto, abbracci, sguardi, confidenze, amori, baci, sogni, speranze… – a cui le emozioni provate leggendo un racconto possono averci indotto, di tutte queste cose chi mai ne parlerà? Quando e quanto spazio mai occuperanno sulle pagine di un giornale? Sono cose silenziose, non fanno notizia, ma sono le cose a cui possono indurre i libri, una delle ragioni per cui vale la pena leggerli, se mai qualcuno me ne chiedesse una, di ragione.

L'inopportuno signor Ramsey, in "Gita al Faro" di Virginia Woolf, si chiede "Se Shakespeare non fosse mai esistito il mondo sarebbe stato molto diverso da quello che è oggi?"
Estrapolo questa frase come raccoglierei una goccia da un lago. Ma la riporto così com'è e la pongo a me stesso: se Shakespeare non fosse mai esistito il mondo sarebbe stato molto diverso da quello che è oggi?
È possibile che… la letteratura, credo, o più in generale, le arti, nonostante lotte, guerre, battaglie, abbiano evitato che ci distruggessimo l'uno con l'altro.
E se così fosse, se realmente sono state capaci di tanto, lo hanno fatto molto, molto silenziosamente.

sabato 9 giugno 2012

Bradbury, Baricco e le verande…

E poi c'era quella storia delle verande. Non è che mi assillasse, ma era lì, che si affacciava alla mente di tanto in tanto.

Quando ho saputo che Ray Bradbury era morto, qualche giorno fa, si è riaffacciata. Allora ho preso un suo libro, quello a cui tengo di più. L'ho sfogliato: un tributo silenzioso a chi so avermi lasciato parole che avrei rimpianto, se conosciute troppo tardi o se non le avessi conosciute affatto.

Ho sfogliato il libro e ho riletto alcuni passaggi che avevo evidenziato a bordo pagina. Uno lo riporto qui (non è il migliore, ma… abbiate pazienza, capirete perché proprio questo).
"Alle volte, se ne stavano seduti sulla veranda, tutta la famiglia, a pensare a tante cose, a sviscerare le cose. Lo zio dice che gli architetti si sono liberati delle verande, perché le verande non erano estetiche. Ma lo zio dice che questo era un voler razionalizzare il fatto; la vera ragione, nascosta sotto, mascherata, era forse che non si voleva la gente seduta sotto le sue verande, così in pace, senza far niente, a dondolarsi, a chiacchierare: perché questo era il genere di vita collettiva non desiderata. In quelle condizioni, la gente parlava troppo; aveva il tempo di pensare; e così s'è fatta la festa alle verande. E anche ai giardinetti davanti ad ogni casa. Non ci sono più panchine, non ci sono più giardini, dove sedere a perdere il tempo. E poi, avete osservato i mobili? Non ci sono più poltrone a dondolo. Sono troppo comode. La gente deve stare in piedi, deve correre tutto il santo giorno. "Lo zio dice... e... sapete che cosa ha detto lo zio?... del resto lo zio..." La voce di Clarisse si affievoliva sempre più."


Dopo aver chiuso il libro, però… quella storia delle verande continuava a ronzarmi intorno. Mi son chiesto dove altro diavolo l'avevo letta.
Ho provato ad aprire qualche libro, a caso. Tra i tanti, e senza alcun criterio, la mia sembrava una lotteria. Per la ricerca ho perso qualche minuto. A dire il vero ne ho persi parecchi di minuti. E a dire il vero non penso proprio di averli persi, perché ho riaperto libri rimasti da tempo in attesa di quel mio gesto, umili e silenziosi elargitori di cose andate nel tempo, momenti lontani, ricordi. Se avessi fatto una ricerca della parola "veranda" in un qualsiasi lettore di ebook sicuramente non avrei "perso" tutto quel tempo, ma altrettanto sicuramente non avrei rivissuto quei momenti.

Ma questo a voi non interessa. Forse vi interesserà sapere che il libro poi l'ho trovato, per fortuna. Sennò, per uno testardo come me, al diavolo la libreria e tutto quanto: li avrei incendiati, i libri, sennò…
Era di Alessandro Baricco. "City". Anche lui parla di verande. Non solo di verande, ovviamente.
Se un qualsiasi scrittore inviasse un proprio manoscritto a un editor, in cui come metafore usasse, chessò… una balena bianca, o un topo che rosicchia dei libri in biblioteca, o un uomo che si ritrova ad essere un insetto, be'… non so quali risposte riceverebbe. O quali imprecazioni.

Ma Baricco non è uno scrittore qualsiasi.
Chiariamoci subito: penso che le letture che ognuno fa lascino tracce (per fortuna) che talvolta, e inconsapevolmente, col tempo possono tornare a galla. Può essere ciò che è accaduto a Baricco. O almeno è quello che voglio sperare.

In "City" Baricco, riepilogando una lunga dissertazione fatta dal prof. Baldini, un personaggio del romanzo, scrive: "Lui pensava, davvero, che gli uomini stanno sulla veranda della propria vita (esuli quindi da se stessi) e che questo è l’unico modo possibile, per loro, di difendere la propria vita dal mondo, giacché se solo si azzardassero a rientrare in casa (e ad essere se stessi, dunque) immediatamente quella casa regredirebbe a fragile rifugio nel mare del nulla, destinata ad essere spazzata via dall’ondata dell’Aperto, e il rifugio si tramuterebbe in trappola mortale, ragione per cui la gente sì affretta a riuscire sulla veranda (e dunque da se stessa), riprendendo posizione là dove solo le è dato di arrestare l’invasione del mondo, salvando quanto meno l’idea di una propria casa, inabitabile. Abbiamo case, ma siamo verande, pensava." (a proposito, Baldini/Baricco sulla veranda immaginava un uomo proprio su una sedia a dondolo.)


Penso che se un giorno mi trovassi a osservare una bella veranda e avessi accanto una persona che non conoscesse i due libri, probabilmente gli parlerei di quello di Bradbury. La scrittura di Baricco è impeccabile, inarrivabile, e lo è in tutto il libro, "City", e lo è in tutti i suoi libri. Ma io per la veranda… al malcapitato al mio fianco, gli parlerei di Bradbury e di "Fahrenheit 451". Ah, già, non avevo ancora scritto il titolo del suo libro: è quello in cui li si bruciano, i libri. Ma se qualcuno pensasse che la sola morale (?) del libro fosse quella che i libri non si bruciano lo inviterei a leggere Cenerentola o altre fiabe del genere.

Se non lo hai già fatto ti invito a leggerlo, allora, "Fahrenheit 451, anche se non in veranda su una comoda sedia a dondolo: leggilo, non ti offre zattere su cui sopravvivere, scaccia via da te la paura del mare.

giovedì 7 giugno 2012

la battuta perfetta…

Un uomo, solo, seduto al divano, è illuminato dal cono di luce di uno schermo televisivo acceso.
È il disegno della copertina del libro "La battuta perfetta" (edito da minimum fax), romanzo di Carlo D'Amicis, un amico che incontro e sento sempre volentieri.

Quando lessi il titolo la prima volta, non conoscendone il contenuto e non dando alcun peso alla copertina, pensai che per battuta si intendesse il servizio nel tennis, il colpo di inizio del singolo gioco. Bastò leggere poche righe per capire il reale contenuto del romanzo (e, ahimè, prendere atto della mia tarda arguzia).
Battuta sta per barzelletta, invece, sebbene il libro di Carlo D'Amicis non sia fatto di barzellette. Ce ne sono, alcune, ma non lo è. Una la riporterò. Solo alla fine, però. Una "bonus track".

Passiamo al romanzo.
La storia si svolge in gran parte a Matera, dove si sta girando il "Cristo" di Pasolini. La città la si riconosce anche per il dialetto, presente con una certa pulizia e mai invadente. I sentimenti della gente sono genuini e spontanei, talvolta repressi, come nel caso della madre di Canio Spinato, il protagonista.

Il libro è strutturato in due parti, due lunghe lettere che Canio scrive prima al padre, Filippo, e poi al figlio. Ho dei dubbi, però. Perché forse non si tratta di lettere. O se si tratta forse nessuno mai le aprirà. Forse si tratta di un diario in cui il rivolgersi ad altri è l'atto necessario per scavare in se stessi. L’uso ricorrente delle parole 'padre' e 'figlio', poi, scandisce le pagine, sottolineando un'intimità che il lettore talvolta ha l'impressione di violare.

Ma cosa si dice in queste lettere?

Canio racconta la sua vita, che è la stessa della società italiana, dagli anni '50 fino ad oggi, in un viaggio che, scavando nelle pieghe degli accadimenti, si sofferma soprattutto sul ruolo giocato dalla televisione in tutti questi anni. Il padre Filippo lavora in Rai. Legge i classici e crede nel compito educativo della tv. Ma credere in qualcosa talvolta può portare a delusioni, come quelle da lui avvertite nel vedere una tv perdere col tempo pudore e innocenza, e da educatrice farsi idolatra del 'mercato'. E poi l'invasione dei 'barbari' di Publitalia. Ma il destino sarà ancora più beffardo. Sarà proprio suo figlio, Canio, a lavorare per Publitalia, consigliere del Presidente. Consigliere di barzellette. Un consigliere ingenuo, però, che vede il suo compito di far ridere gli altri come una missione.

Nella seconda parte, Canio, rivolgendosi al figlio Silvio (nome non casuale), ripercorre la sua vita attraverso salti temporali in cui tenta di assolvere se stesso: è una colpa desiderare la felicità degli altri? La sua ingenuità è tale da farsi una concezione moto personale di potere ("Il potere, figlio. La gente pensa che rende chiusi, egoisti, passivi. Invece, appena ce l'hai, senti subito la smania di usarlo, per regalare agli altri felicità"). Il bene, per Canio, si confonde con la felicità, e la felicità, a sua volta, con la risata. Rispolverando un passato fondato solo su questo, però, diradata la polvere non possono che venir fuori presunti eroi e falliti di ogni età.

Nel finale felicità e risata sono ricondotti a una speranza, attraverso un'immagine che probabilmente alcuni considereranno minore rispetto all'intera narrazione, ma che acquista un profondo significato se solo si ricorda che si ha tra le mani un diario, oltre che un racconto.

Lo stile è molto ricercato, con continue metafore che prendono vita da ogni cosa (è un aspetto di Carlo D'Amicis che apprezzo molto). Forse l’estrema ricercatezza dello stile è, allo stesso tempo, un pregio e un limite dell’opera, obbligando il lettore a rallentare il ritmo della lettura. Ma c’è chi, come me, trova questo un piacere.

Ah… dimenticavo: la barzelletta, la "bonus track": le promesse si mantengono, no?


Due amiche escono e vanno a cenare al ristorante. Evidentemente il cibo non è fresco, perché al ritorno vengono colpite da un attacco di dissenteria. Si fermano. L'unico posto un po' appartato è il cimitero. Scendono quindi a precipizio dalla macchina e liberano l'intestino tra le tombe. Subito dopo, però, nasce il problema di pulirsi. «Io uso le mutande», dice la prima, «e pazienza se torno a casa senza».
«Io le mutande non le porto», dice la seconda, «mi pulirò con questo mazzo di fiori freschi».
Il giorno dopo, i rispettivi mariti si incontrano con l'aria preoccupata. «Lo sai?», fa uno. «Mia moglie ieri sera è tornata a casa senza mutande».
«Beato te», risponde l'altro, «la mia aveva un biglietto infilato nel culo con su scritto: Gli amici ti ricorderanno sempre con affetto».

(A proposito: chiedo scusa a Charles Baudelaire per aver accostato irriverentemente l'immagine della sua tomba a una barzelletta.)

mercoledì 6 giugno 2012

Arte e parole… Goya (?)


"La Tempesta", 1808 ca. (attribuito al Goya, ma più probabilmente è opera di un suo allievo, Asensio Julià, viste le iniziali, "A.J.", appena distinguibili, sulla superficie del quadro.)
Il programma è ArtNews, la voce è di Roberto Pedicini.

parole e musica per resistere…

You don’t understand… you don’t understand…
Nella giornata di lutto per le vittime del terremoto in Emilia (lunedì scorso) Radio Due ha deciso di cancellare la  programmazione, mandando in onda solo musica e “voci e testimonianze” in un viaggio nell’Italia dei terremoti (non solo dell’Emilia, dunque, anche dell’Aquila, dell’Irpinia…). Musica e parole, solamente.

Musica per resistere, ripeteva la radio. Per resistere. Don’t give up…
Tornato a casa, in serata, ho acceso la radio. Lo faccio spesso. Un libro, un divano e la radio accesa. Oppure la musica. In atmosfere così il tempo scorre diversamente.

La radio era accesa, dicevo, come in molte sere. Purple rain… Purple rain…
La selezione musicale era talmente bella, avvolgente, che avrei voluto chiedere a chiunque i nomi di tutti quei brani che non conoscevo.
E poi ogni tanto quelle voci. Parlava ora una donna, ora un uomo, ora una ragazza. E allora chiudevo il libro che leggevo durante la musica e mi mettevo in ascolto di quelle parole. In atmosfere così gli spazi si riempiono diversamente.

Non c’erano immagini di case rase al suolo a distrarre l’attenzione dalle parole. E le domande ai sopravvissuti sembravano non fatte con un microfono in mano, ma solo da una persona vicina. Da un amico, magari. Ed erano domande che non volevano indurre al pianto o alla commozione, perché non c’era una telecamera a ghermire tali tipi di immagini. Così, il pianto sembrava più pianto. E la voce più spezzata. Povera patria…


Sono sempre stato attratto dalla fotografia e dai film, ma quando ho sentito la testimonianza di una ragazza che raccontava di essere scappata dal palazzo in cui abitava, e scappando, lungo il corridoio, aveva visto le mura crollare alle sue spalle, e poi il pavimento cedere, per poi ritrovarsi in mezzo alle macerie, tra puzza di gas fuoriuscito da tubi contorti, e acqua che si impastava con la polvere, be’… con la sua voce… solo con la sua voce quella puzza mi è sembrato di sentirla. Veramente. Ecco cosa può essere la radio. Ed ecco cosa possono essere le parole.
E poi cera quella musica… dolce… brano dopo brano… Musica per resistere, sì…
Mi sono addormentato così, ascoltando la radio. Prima di addormentarmi, però, mi è piaciuto pensare una cosa. E mi è piaciuto anche immaginarla, questa cosa. In atmosfere così l’immaginazione ti consente qualunque cosa.

Immaginavo che mentre ascoltavo una musica, ad occhi chiusi, nel buio, in quello stesso momento, a centinaia di chilometri di distanza, qualcuno sotto una tenda ascoltava la stessa musica. Ad occhi chiusi, con le distanze annullate dall'immaginazione, sembravamo uno accanto all’altro, chi più chi meno fortunato, ma uno accanto all’altro. Mi è piaciuto pensarlo. Perché quella radio me lo consentiva. Adoro la radio. Across the universe…

lunedì 4 giugno 2012

attendendo la nube…

C'è una ragione per cui parlo di questo libro. La scriverò alla fine. Se hai pazienza prosegui nella lettura, sennò puoi andarci direttamente (a leggere la ragione, intendo.)

"La nube purpurea", di Martin Philippe Shiel.
Romanzo stravagante, allucinato, inquietante. Ma definire un libro solo con aggettivi aiuta ben poco. E allora proviamo a dire di più.
Innanzitutto parliamo della trama. Anzi, prima parliamo della voce narrante.

Il racconto procede in prima persona. Solo che nel giro di poche righe il narratore iniziale scompare, arretra, lasciando il posto a un'altra voce e questa a un'altra ancora (una delle tante similitudini con "Storia di Gordon Pym", di Edgard Allan Poe, autore i cui tratti lugubri e gotici sono marcatamente presenti in Shiel. Oltre che da Poe, comunque, la penna di Shiel sembra rifarsi allo stile dell'epoca, tra Robert Louis Stevenson e Oscar Wilde).

Ma torniamo al narratore. Ha così poca importanza il narratore iniziale che non gli viene dato nemmeno un nome. In poche pagine egli (ecco la trama) racconta di aver ricevuto per posta un pacco di manoscritti di un amico. Tra i manoscritti c'è una lettera in cui l'amico (cambio di voce) riferisce di aver trovato dei quaderni. In particolare, in uno di questi (il III, per la precisione) sono riportate le parole di una certa Miss Wilson, una chiromante facile a cadere in stato di trance. E in questo quaderno (altro cambio di voce) è riportata una delle visioni proprio di Miss Wilson…
Il racconto inizia. Prima di iniziare, però, la chiromante, chiarisce, a suo modo, il tempo in cui si svolge la storia, "in quel Futuro che, né più né meno del Passato, fondamentalmente esiste già nel Presente; per quanto noi, come accade col Passato, non lo vediamo." Sottile riflessione fatta giocando col Tempo.




Nel quaderno la chiromante racconta di una spedizione al Polo: chi la effettuerà riceverà una grossa ricompensa in denaro. Fin dalle prime pagine si può intuire cosa accadrà alla fine, ma senza avere idea della portata. Infatti, il protagonista del racconto – che parteciperà alla spedizione spinto dalla sua amata verso la quale prova sentimenti incerti, prima di partire viene ammonito da un vecchio. Questi gli fa presente che il Polo è come l’Albero della Conoscenza dell’Eden e chiunque lo profanerà dovrà attendersi l’ira di Dio, tra cieli irritati e tuoni e tempeste.

Finirà proprio così. Ma Adam Jeffson, protagonista del viaggio, non darà peso alle parole del vecchio. Partirà lo stesso. I suoi compagni di spedizione moriranno tutti. Rimasto solo al Polo, scorgerà una nube purpurea affacciarsi all’orizzonte. La nube letale è la conseguenza di devastanti eruzioni vulcaniche, ma il gelo del polo preserverà Adam rendendo la nube solo per lui innocua. Tornerà dalla spedizione, quindi, da solo.
Il suo ritorno segna un punto di svolta nell'atmosferaa della narrazione. Il romanzo, da plausibile fino ad allora, si trasforma in una delle più sfrenate e apocalittiche fantasie: capitali del mondo distrutte e incendiate, sommovimenti tellurici devastanti, maremoti, penisole scomparse tra cui l'Italia meridionale. E l'intero genere umano scomparso. Per effetto dei veleni della nube, ognuno è rimasto immortalato, come una statua, nell'ultimo gesto che stava compiendo (ma di questo ne riparleremo più in là: è la ragione di cui accennavo all'inizio).
Alla fine il sopravvissuto incontrerà solo una donna, divenendo entrambi i nuovi Adamo ed Eva, in un rifacimento della genesi, dove l'umanità, dopo la sua stessa scomparsa, riparte in una nuova origine. Davvero molto in sintesi.

Si potrebbe continuare a parlare di come Shiel si collochi nel decadentismo (se con questo termine si intese il disfacimento della civiltà, figuriamoci un libro in cui è tutta l'umanità a scomparire…) e della stranezza di un romanzo che andava in controtendenza con il positivismo derivante dalle scoperte scientifiche dell'epoca, contraddizione che caratterizzò vivacemente gli inizi del '900. Ma fare della critica letteraria esula dai contenuti di questo spazio e va oltre le mie competenze. Pertanto, mi fermo qui.

Quando ho scoperto che in altri libri Shiel aveva come… previsto il futuro (a fine secolo – 1800 – ha scritto di paurosi uomini delle S.S. – "Setta di Spagna" – che si riunivano in camere oscure sotto il Tamigi, di pericolo dell'invasione cinese, di raggi laser che risolvevano le sorti di una battaglia, la stessa nube purpurea fatta di quell'acido cianidrico che useranno i nazisti nelle camere a gas), be', quando l'ho scoperto, ripensando al racconto e alla quella storia della profezia dei Maya… Ma concludere con una tale sciocchezza non era mia intenzione, però.

Ed ecco, allora, quello che volevo dire fin dall'inizio.

Ha a che fare col primo post scritto in questo blog (l'ho riletto. A dirla tutta non era gran che: ecco perché ritorno sul tema).

Tra tutte le persone che il protagonista incontra, immortalate nell'ultimo gesto compiuto prima di rimanere avvelenate dalla nube, c'è la figura di un poeta. Vede la nube, il poeta, e sa che tra pochissimo (ore? minuti? quanto dura un "pochissimo" a ridosso della morte?) la sua vita finirà. Cosa fare, allora, nel tempo che gli rimane? Di tutto, di tutto ciò che può fare lui sceglie di prendere una penna, sedersi a uno scrittoio e scrivere poesie. Così lo troverà Jefferson, chino su uno scrittoio intento a scrivere cose che nessuno leggerà mai.

Una scena di una bellezza senza fine.

E Shiel la sottolinea con un passaggio che riporto: "… perché è chiaro adesso che, di quegli uomini detti poeti, i migliori almeno non scrivevano per far piacere all'oscura inferiore tribù di quelli che potevano leggerli, bensì per dare alla luce quell'ardore divino che bolliva nel loro petto; è chiaro che se tutti i lettori fossero morti, i poeti avrebbero continuato a scrivere, dal momento che scrivevano perché li leggesse Iddio."

Scoprire di appartenere a un'oscura tribù inferiore non è stato piacevole. E sapere che si scrive necessariamente per qualcuno, anche per Dio, e non per se stessi, non è proprio quello che avevo in mente. Ma la bellezza dell'immagine di un poeta che come ultimo gesto sceglie di scrivere una poesia mantiene una sua perfezione.

domenica 3 giugno 2012

sabato 2 giugno 2012

quello che non sai non ti fa soffrire…

"Per trovare una cosa, una qualsiasi cosa, una grande verità o un paio di occhiali smarriti, bisogna prima credere che nel trovarla se ne trarrà qualche vantaggio. Tanto tempo fa io ho trovato una cosa e da allora ci sono rimasto aggrappato disperatamente. È a questa cosa che devo il successo della mia vita; lei ha fatto di me quello che sono oggi.
È una massima: Quello che non sai non ti fa soffrire. Lo chiamavano idealismo, in un libro che ho letto."

Non sono parole mie. Le pronuncia Jude Law, come incipit del film "Tutti gli uomini del re", con Sean Penn e Kate Winslet (tratto dall'omonimo romanzo di Robert Penn Warren e remake del film del 1949). Sarà trasmesso il prossimo lunedì, su Iris, di sera.



Vedo poco la tv, solo film o programmi accuratamente scelti, e pertanto mi sembra strano consigliare di accenderla. Ma per questo film ne vale la pena. Alcuni dicono che non sia stato un gran successo, ma la storia ti fa riflettere. Credimi. Si parla (con i limiti di ogni sintesi) di come anche il migliore degli ideali possa precipitare nella corruzione, nella brama di potere, nell'arroganza, o nell'idolatria di se stessi. Accade spesso in politica. Inutile fare esempi.

Per scrivere quella parte iniziale ho dovuto sfogliare le mie moleskine. Me l'ero appuntata tempo fa, nel marzo del 2007 (riporto anche la data…)

Ricordo esattamente quando la scrissi. Era sera, mezzanotte circa. Avevo visto il film in dvd, e quell'inizio mi era rimasto in testa. Allora, sul tardi, quando tutti erano già a letto, riavviai il dvd, aprii la moleskine e vi riportai quelle parole. Volevo farlo, ricordo. "Ma, scusa, non avevi altro da fare di meglio a mezzanotte, dormire o, chessò…" ti starai chiedendo. Me lo sono chiesto centinaia di volte anch'io. Poi ho smesso.