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mercoledì 13 giugno 2012

Non odio gli indifferenti…

Vuoi perché morto da poco, vuoi perché so che alcuni “amici” sconosciuti (nei tempi della rete questo è un ossimoro ormai da accettare) stanno organizzando un incontro su di lui a Bari, ma in questi giorni la mia attenzione su Ray Bradbury – e su “Fahrenheit 451” – si è rinvigorita.

Ne ho già parlato a proposito delle “verande” (se vi va c’è un post in cui se ne parla). Ma c’è un’altra cosa che ho in mente. Ci vorrei arrivare seguendo una strada un po’… tortuosa, però, ma ci dovrei arrivare (almeno lo spero, per voi, nel senso che spero non perdiate la pazienza…)
Ci provo, allora.

Tempo addietro in più occasioni mi è capitato di ascoltare dei riferimenti a un saggio di Antonio Gramsci, “Odio gli indifferenti”, edito da Chiarelettere. Lo hanno fatto, tra gli altri, anche Nichi Vendola e Gianrico Carofiglio, citando passaggi di questo saggio che, vuoi anche solo per il titolo, garantivano una certa presa sull’ascoltatore e un facile consenso di pubblico. Abile scelta mediatica.
Ma… Non ho intenzione di parlare di Gramsci, né delle sue lettere, ma solo della manipolazione e alterazione del senso delle parole (Carofiglio ha scritto anche un saggio "La manomissione delle parole", edito da Rizzoli; non l'ho letto, spero che il contenuto abbia analizzato a fondo anche il titolo della lettera di Gramsci…).
E vorrei fare anche una precisazione. A difesa degli indifferenti.

Quanta arroganza e intolleranza e violenza vedo in quel titolo…
Mi stupisce l’uso superficiale che, citandola, ne è stato fatto, e se ne continua a fare. In quella lettera, “Odio gli indifferenti”, punto di partenza di Gramsci è la contrapposizione tra indifferenza e partigianeria. Pertanto, l’indifferenza di cui si parla è di natura unicamente politica. Ma chi erano realmente quegli indifferenti? Mi chiedo se, durante il fascismo, l’apatia politica di molti, più che appartenere alla loro natura non fu indotta da altro.

I regimi in Italia e in Germania in quegli anni capirono fin troppo bene l’uso che si poteva fare dell’informazione per dominare le masse. Con l’informazione – una certa informazione – si poteva occultare la realtà, o darne la rappresentazione più utile al regime.
Quanta libertà di pensiero c’è in un mondo così? Quanto viene meno un libero arbitrio?
Dicono che anche nell’ultimo ventennio, in Italia, sia accaduto lo stesso, ma in maniera molto più sottile, evoluta. Dicono. Ma, riprendiamo il filo.

Viene da chiedersi se in quegli anni l’indifferenza, più che la causa, non sia stata la condizione a cui le masse dovevano arrendersi, perdendo ogni strumento che consentisse loro di discernere cosa è male da cosa è bene. Inconsapevoli, inebetiti dall’informazione, si finisce per precipitare nell’indifferenza. Ma hanno davvero “colpa” questi “indifferenti”?

Ecco perché Bradbury. È la stessa atmosfera d’indifferenza che opprime la città di Montag, il vigile del fuoco di “Fahrenheit 451”. Tutti indifferenti a tutto, gente che non deve pensare, non deve ragionare, non deve scegliere, in un progetto di società voluto da un governo che fa dei libri, oggetti colpevoli di indurre al pensiero, dei nemici da bruciare.

(foto di Alessandro Tiberi ©)

Il fatto è che in politica è così maledettamente difficile parlare di indifferenza, perché a guardare la Storia con occhio distante – ma più attento – per taluni personaggi sarebbe stato meglio se fossero rimasti indifferenti invece che essere fautori di qualsiasi totalitarismo.
Io non odio gli indifferenti, perché nel verbo odiare vedo micce che rischiano di far esplodere gesti inauditi di violenza e intolleranza. Io non sopporto l’indifferenza, invece. Non sopporto l’indifferenza verso un barbone che muore per strada, o l’assuefazione alle immagini di fame e di miseria, o l’apatia del vivere, o l’indifferenza per la solitudine. Un indifferente andrebbe scosso dal suo torpore invece che odiato. Un po' come nel libro di Bradbury fa Clarisse con Montag.

Se mai ci fosse un fondo di verità in queste parole e qualora giungessero all’attenzione di un politico o di uno scrittore, vorrei che fossero più cauti nell’uso delle parole. Dovrebbero già saperlo, loro.

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