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giovedì 24 maggio 2012

"Non siamo diventati ciechi, secondo me lo siamo…"

Fermiamoci al titolo del romanzo, Cecità. La metafora narrata da José Saramago è di un’evidenza disarmante. Ma qui parliamo di Saramago e sarebbe riduttivo limitarsi a una metafora per “spiegare” il libro (qualunque cosa significhi questo verbo).

E poi c’è quell’impaginazione così compatta, a corpo unico, quasi ostica alla vista, roba da scoraggiare anche i più incalliti alla lettura (i dialoghi, comunque, ci sono, vi assicuro, quasi in ogni pagina.)

La trama, per quanto di fantasia, segue una logica che afferra il lettore in un crescendo di tensione e piacevolezza (sempre che per una storia così tremenda e dura “piacevolezza” sia il termine più adatto).

Nel romanzo la cecità è una malattia contagiosa che affligge un’intera comunità. Viene meno tutto, dignità, rispetto, regole, facendo diventare l’anarchia l’unica forma possibile di “convivenza”. Per timore di un contagio, i primi colpiti dalla cecità vengono rinchiusi in un ex manicomio.

La loro malattia li porterà a vivere come bestie, in un mondo confinato a se stesso, in cui crudeltà, brutalità e ferocia sembrano essere tutto ciò che è rimasto dell’uomo. Tra lotte con bande di ciechi malvagi, anche loro internati, si risveglieranno, però, sentimenti veri e piccoli gesti di umanità.




Nulla viene nominato. Non vengono nominati luoghi, né persone (i protagonisti sono il medico, la moglie del medico, la ragazza con gli occhiali scuri, il vecchio con la benda nera, ecc.). Che lingua parlino, e in quale luogo si trovino i personaggi non è dato a sapersi. Dove siamo, allora?

L’assenza di nomi potrebbe far pensare sì a un territorio immaginario, ma, in fondo, a un “non luogo”, un territorio della coscienza, se non proprio dell’anima.


Difficile, però, parlare di anima per Saramago, lontano com’è stato per tutta la vita dalla Chiesa e da ogni fede (per le parole usate “contro” Saramago in un articolo pubblicato il giorno dopo la sua morte, l’Osservatore Romano sembrò tirare un sospiro di sollievo per la sua dipartita: che incredibile cecità!)

Ma la cecità dei personaggi non è quella che si può pensare – buia, nera. È una cecità bianca. Quest'assenza di colore è un'assenza di fede, non di natura religiosa, ovviamente (parliamo di Saramago, no?), ma di fede nell'uomo, e senza questa fede indifferenza e malvagità prendono il sopravvento sulla solidarietà.


Durante la lettura viene naturale interrogarsi verso cosa siamo ciechi o a causa di cosa ci ammaliamo di cecità. Il romanzo, a riguardo, non dà risposte, non offre indicazioni esplicite (contrariamente a come è esplicita la metafora). Tratteggia, però, un’infinità di gesti e sottolinea con cruda delicatezza così tante riflessioni che il lettore è portato a rallentare la lettura fino a fermarsi, per un attimo, e interrogarsi se egli stesso è parte di quella cecità.


Quale speranza ha questa umanità non più capace di vedere? Cosa o chi può salvarla?
La speranza, per Saramago, è affidata alle donne. Sarà una donna, l’unica finta cieca, ad aiutare ognuno, come infermiera in un inferno. Guiderà e accompagnerà i sopravvissuti verso la salvezza, mentre un’altra donna, una ragazza “facile”, farà da mamma a un ragazzo e, nello stesso tempo, concederà minuti di piacere a chi è sul baratro della solitudine. Saranno queste donne – prima col loro sesso, poi con la loro astuzia – a salvare gli uomini da una banda di malvagi.

Amore, maternità, aiuto, sesso, astuzia, sono allora gli unici aspetti rilevanti della vita, che Saramago riserva unicamente alla donna, da reggere come fardelli, da assolvere come compiti, ma soprattutto da custodire come doni per una possibile redenzione dell’umanità. Redenzione senz’altro non divina. Parliamo di Saramago, no?

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